Archivio per dicembre, 2010

Il vagabondo Charlot si trova tra le montagne innevate dell’Alaska alla ricerca dell’oro. Sperduto, si ritroverà in una capanna con Larsen, un ricercato e Big Jim, un cercatore che ha appena trovato una miniera d’oro ma che è stato costretto ad abbandonarla momentaneamente per via della tempesta di neve. Patiranno il freddo, la fame e le intemperie della natura. Dopo alcuni giorni le loro strade si dividono e mentre Larsen tenta di rubare l’oro a Big Jim che dopo la colluttazione perderà la memoria, il vagabondo arriva in una cittadina dove si innamora di Georgia, soubrette di una sala da ballo, ma viene preso in giro. La solitudine e la povertà verranno però ricompensate: Charlot ritrova infatti Big Jim, e i due dopo aver rischiato la morte nella capanna, ritrovano l’oro e diventano ricchi e anche l’amore trionferà alla fine con il vagabondo milionario che ritroverà la sua Georgia su una nave.

Charlie Chaplin per The Gold Rush si ispirò alle cronache relative ai cercatori d’oro nelle terre più impervie dell’America settentrionale che ebbe il suo culmine sul finire del XIX secolo. In particolare, l’idea gli venne dopo aver visto a casa dei suoi amici attori Douglas Fairbanks e Mary Pickford (assieme ai quali aveva fondato la United Artists nel 1919) una serie di diapositive che ritraevano questi avventurieri nelle montagne innevate del Klondike in Canada e dopo aver letto in un libro la storia di un gruppo di emigranti diretti in California nel 1845 che, bloccato tra i ghiacci della Sierra Nevada, per sopravvivere si ritrovò a mangiare cani, vestiti e cadaveri dei compagni che non erano sopravvissuti.

Da questi avvenimenti Chaplin costruì la trama per il suo terzo lungometraggio, che uscì nelle sale cinematografiche nel 1925. La lavorazione del film fu tutt’altro che semplice sia dal punto di vista tecnico che dall’insorgere di imprevisti. Il principale fu quello relativo all’attrice che doveva impersonare Georgia, la donna di cui è innamorato il vagabondo. In un primo momento infatti, fu scelta la sedicenne Lita Grey, che già aveva recitato nella parte di un angelo in Il monello. La giovane  però intrattenne una relazione con Chaplin durante la lavorazione del film e rimase incinta. Oltre a doversi sposare con Lita (da cui ebbe due figli, Charles Jr. e Sidney) per evitare scandali, Chaplin dovette trovare un’altra interprete per il film che stava girando. La scelta cadde su una attrice in ascesa, Georgia Hale, di cui Chaplin era rimasto colpito dopo averla vista recitare in The Salvation Hunters di Josef von Sternberg. Il resto dei comprimari si compose di attori che già avevano lavorato con Chaplin, tra cui Mack Swain (che interpreta Big Jim) e Henry Bergman (nella parte di Hank Curtis, il proprietario della casa in cui va ad abitare il vagabondo una volta giunto nella cittadina). Anche la costruzione dell’ambientazione fu laboriosa. Inizialmente le riprese si svolsero presso Trukee, una località montana della Sierra Nevada, dove venne girata la scena di apertura, per la quale vennero reclutati 600 vagabondi e derelitti di Sacramento come comparse. In seguito il film venne girato in studio, nell’assolata Hollywood, dove venne ricostruita la località montana utilizzando legno, reti metalliche, teloni, gesso, sale e farina per rendere al meglio il panorama innevato. Ottimo fu anche il lavoro dei tecnici degli effetti speciali, che costruirono un modellino per la capanna sull’orlo del precipizio.

Il risultato di un anno e mezzo di lavorazione fu un film di grande successo, che ancora oggi non smette di emozionare, di far ridere e di commuovere. In fondo, come è scritto anche nei titoli di testa, si tratta di “una commedia drammatica”, infatti Chaplin, partendo dalla realtà volle trasformare l’orrore in commedia. Così il mito americano della frontiera e dei cercatori d’oro descritto con drammaticità e crudezza, si carica di ironia e critica sociale. Allo stesso modo di altri suoi film (Tempi moderni, Il grande dittatore), il dramma personale e sociale è inserito in un contesto storicamente definito, in questo caso quello della corsa all’oro nel Nord America che raggiunse il suo apice intorno al 1898. Ed è proprio in questa occasione che le vicissitudini umane si fondono con gli imprevisti che si devono affrontare in un ambiente così ostile come l’Alaska. Non sono solo le altre persone e la società nel suo complesso a costituire un ostacolo per il povero Charlot, ma sono soprattutto la Natura, e il caso più in generale, che accrescono i fardelli creando le condizioni per una lotta per la sopravvivenza che ben si addice a un ambiente di quel tipo e in quel preciso contesto.

Così, nella prima parte del film ci troviamo di fronte tre avventurieri: uno è il nostro Charlot, sprovveduto ma ingegnoso omino in cerca di fortuna; un altro è Big Jim McKay (in italiano Giacomone), un omone che invece ha appena trovato una miniera d’oro ma che i forti venti spingono lontano e che per una serie di avvenimenti nel corso della storia perderà la memoria e, momentaneamente, il suo oro; e poi c’è Larsen, un ricercato dalla polizia, che si è rifugiato in una capanna tra le nevi e che alla prima occasione cercherà di farla franca con l’oro altrui. Il panorama di personaggi è in fondo un affresco dei tipici uomini della frontiera: chi cerca qualcosa, chi di deve fuggire, chi finisce vittima di qualche disastro naturale. Anche nella cittadina, in cui si svolge la seconda parte della pellicola vi è una rappresentazione che molto ricorda un western: la sala da ballo, la ragazza contesa, il prepotente di turno.

Un mondo duro, in cui tutti sono spietati e alla ricerca del successo. In tutto questo c’è la variabile Charlot con la sua tenerezza, la sua ingenuità, i suoi occhi sognanti e i suoi momenti di malinconia. Egli infatti, oltre a dover patire la fame e le intemperie, soffrirà anche la solitudine. Emblematica è la notte di capodanno, in cui il vagabondo ha preparato in casa il cenone per Georgia e le sue amiche, che sarebbero dovute venire per le otto. L’attesa però è vana ed egli ha tutto il tempo per appisolarsi e sognare di intrattenere le sue ospiti con una danza coi panini (una delle scene più conosciute del film). Si risveglierà allo scoccare della mezzanotte, quando nella sala da ballo della cittadina (in cui c’è anche Georgia abbracciata allo spavaldo Jack) si canta e si beve con gioia. A Charlot non rimane che ascoltare dalla sua casa la classica Auld Lang Syne, poi dirigersi mestamente verso il locale e una volta giunto là, guardare da fuori il mare di gente che festosamente occupa il salone. Questa, come altre scene (ad esempio quella in cui il vagabondo entra per la prima volta nel locale e viene inquadrato di spalle) descrivono in maniera perfetta gli stati d’animo di Charlot. I suoi movimenti, la sua andatura o una determinata postura che assume valgono più di mille parole.

Indimenticabili molte sequenze: quella iniziale con i cercatori d’oro che salgono la montagna innevata; Big Jim che, provato dalla fame, ha le allucinazioni e vede Charlot sotto forma di un enorme pennuto pronto per essere divorato; Charlot che cucina la sua scarpa per se’ e per il compagno, la mangia e se la gusta pure, girando i lacci come se fossero spaghetti; la già menzionata danza dei panini infilati nelle forchette; la capanna in bilico sul pendio; il finale sulla nave quando Charlot ormai miliardario grazie alla miniera trovata da Big Jim, rincontra Georgia, ma sempre nei suoi panni di vagabondo perché stava posando per un servizio fotografico della stampa. Proprio attraverso questo duplice lieto fine, in cui Charlot trova la ricchezza e l’amore, il regista ci fa riflettere. Perché è vero che con l’oro lui e Big Jim sono diventati ricchi, ma è anche vero che Georgia quando lo rincontra sulla nave lo trova nei suoi soliti poveri abiti, non sapendo in un primo momento chi è diventato, e quindi amandolo per quello che è. Ancora una volta, dunque, Chaplin critica velatamente la società americana. Non è il successo in quanto tale a dare misura della felicità, ma l’amore.

Come raccontò in un’intervista di parecchi anni dopo la stessa Hale, il bacio finale tra Charlot e Georgia in posa davanti al fotografo sulla nave, fu piuttosto prolungato e la scena venne fatta ripetere più volte da Chaplin. Tra il grande regista e l’attrice, come fece capire quest’ultima nel corso dell’intervista, ci fu per lungo tempo una romantica amicizia e lei stessa confessò di aver amato Chaplin per tutta la sua vita. Forse fu anche per questo aspetto personale che la sequenza finale del bacio venne tagliata dalla versione sonorizzata realizzata da Chaplin nel 1942 che si conclude invece con i due che si tengono per mano, in un finale più “casto”. De La febbre dell’oro infatti esistono due versioni, in quanto alcuni anni dopo l’uscita del film Chaplin decise di adattare il film per il pubblico che ormai si era abituato al sonoro. Compose quindi una colonna sonora apposita e inserì dei suoni e dei commenti vocali recitati da lui stesso (togliendo dunque le didascalie che accompagnavano il film muto) ed eliminò anche qualche breve scena (tra cui appunto quella del bacio). Nel complesso la pellicola della versione sonora risulta ridotta a 69 minuti (dagli 81 originari). Negli ultimi anni è tornata a galla l’edizione del 1925 interamente restaurata. Ad oggi sul mercato si possono trovare dunque entrambe le versioni, spesso nello stesso dvd. Difficile dire quale sia migliore tra le due. Potendo sarebbe meglio vederle entrambe. Primo, perché vedere due volte questo film (così come tutti quelli di Charlie Chaplin) non fa male, e in secondo luogo perché entrambe le versioni hanno caratteristiche che un cinefilo o un amante di Chaplin vorrebbe vedere o sentire comunque. La versione del 1925 è da vedere perché è quella originaria ed è anche quella più lunga. La riedizione del 1942 per chi avesse qualche insofferenza per il cinema muto può essere sicuramente più agevole e in più ha la bella colonna sonora composta dal regista stesso.

In ogni caso La febbre dell’oro è uno dei capolavori di Chaplin, forse il suo film muto più complesso per realizzazione e tematiche che vengono affrontate. Un’opera a cui lo stesso Chaplin era particolarmente affezionato, tanto da dire in seguito che avrebbe voluto essere ricordato proprio per questo film.

Titolo originale: The Gold Rush

Anno: 1925

Paese: USA

Durata: 81 (versione muta); 69 (versione sonora)

Colore: B/N

Genere: Commedia drammatica

Regista: Charlie Chaplin

Cast: Charlie Chaplin; Georgia Hale; Mack Swain; Tom Murray; Malcom Waite; Henry Bergman

Valutazione: 5 su 5 – Capolavoro

 

Luca Paccusse

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Una delle sequenze più celebri nella filmografia di Charlie Chaplin è quella della danza dei panini, immortalata ne La febbre dell’oro (The Gold Rush) il suo terzo lungometraggio, girato nel 1925. Il personaggio del povero vagabondo Charlot questa volta si trova in Alaska, terra di cercatori d’oro, dove patisce il freddo, la fame e la solitudine. Nella scena che potete rivedere qui sotto, il vagabondo, dopo aver atteso invano Georgia e le sue amiche durante la notte di Capodanno che ha organizzato in casa, si addormenta e sogna l’arrivo delle ragazze, per le quali fa la famosissima danza con le forchette e i panini. La scenetta in realtà era stata già portata sullo schermo nel 1917 da un altro attore comico, Roscoe Conkling Arbuckle detto “Fatty”, ma tutti ricordano la versione chapliniana per la sua maestria e poesia che esprime in questa sequenza.

 

Nel secondo video invece potete vedere lo stesso Charlie Chaplin che, fuori dalle scene, ripete il balletto dei panini ad una festa nel 1926.


Visto che è Natale vi proponiamo anche una terza “chicca”: si tratta di un “confronto” tra Charlie Chaplin e Johnny Depp che quasi 70 anni dopo La febbre dell’oro ripropone la danza dei panini in un suo film del 1993, Benny & Joon, diretto da Jeremiah S. Chechik.

 

 

 

Titolo: Indiana Jones – Main Theme

Compositore: John Williams

Film: I predatori dell’arca perduta (1981); Indiana Jones e il tempio maledetto (1984); Indiana Jones e ‘ultima crociata (1989); Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo (2008) – di Steven Spielberg.


Di tutti i mondi che i marziani potevano osservare, solo la nostra Terra era la più temperata, e possedeva un’atmosfera nebulosa indice di fertilità. Gli uomini non sospettavano quale tremendo destino li aspettasse, e non si rendevano conto che dalle profondità dello spazio qualcuno li sorvegliava con tanto bramoso interesse…” (Voce fuori campo)

Saranno dei prodigi mentali, ma in confronto a noi fisicamente devono essere molto primitivi.” (Dott.ssa Duprey)

TRAMA

La vita di una tranquilla cittadina della campagna californiana  viene improvvisamente scossa  dalla caduta di un misterioso oggetto piovuto dal cielo. Credendo di avere a che fare con un semplice meteorite, le autorità e una folla di curiosi circondano l’intera zona dell’impatto per studiare meglio la faccenda. Ma dall’interno del corpo extraterrestre fuoriesce un’astronave aliena munita di un raggio disintegratore dalla potenza inaudita, che inizia a seminare il panico nella zona circostante. Ben presto, i cieli di tutto il mondo si vedono solcati dall’arrivo di nuovi meteoriti e di altrettante navicelle marziane. Le forze armate terrestri ricorrono ad ogni risorsa in loro possesso per bloccare l’avanzata del nemico, ma nemmeno l’uso dell’atomica sembra sortire alcun effetto. Mentre gli invasori continuano la loro opera di devastazione, l’umanità sconfitta e disperata si da’ alla fuga o si rifugia in preghiera nelle chiese.

 

SINTESI

Primo vero colossal della fantascienza anni Cinquanta, La guerra dei mondi di Byron Haskin (1953) è una diretta conversione su pellicola dell’omonimo romanzo di H. G. Wells. Il film appare solido nella messa in scena, sorretto da una buona regia e dotato di effetti speciali notevoli per l’epoca (tanto che gli valsero l’Oscar), ma al tempo stesso risulta afflitto da un ritmo narrativo che non regala autentiche emozioni. La visione resta in ogni caso consigliata ai fan del genere, che sapranno apprezzare il suo divenire una metafora epocale della paranoia collettiva della Guerra Fredda.

 

APPROFONDIMENTO

Padre e maestro del genere fantascientifico, nonché eccellente interprete delle trasformazioni scientifico-industriali del nostro tempo, Herbert George Wells ha avuto il grande merito di saper cogliere, grazie all’acuto ingegno di cui disponeva, le principali istanze di sviluppo espresse da una società fermamente proiettata verso la rapida e vertiginosa corsa al progresso delle scienze e delle tecniche, per poi riuscire a riversarle nell’ambito di una produzione letteraria tanto prolifica quanto fortunata, dando spazio in questo modo alla materializzazione degli incubi più inconfessabili dell’epoca, e in certi casi persino all’anticipazione  dei suoi esiti più tragici (come lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e l’invenzione della bomba atomica). La guerra dei mondi, in particolare, è da considerarsi l’opera di maggior celebrità e significato tra quelle del noto autore britannico. Pubblicato originariamente a Londra nel 1897, il romanzo può vantarsi di aver avuto un impatto senza paragoni nell’immaginario collettivo del XX secolo: basti pensare al fatto che le sue pagine ospitano il primo esempio in assoluto di descrizione di un’immaginaria invasione extraterrestre compiuta da una civiltà aliena ai danni dell’umanità. Non per questo, tuttavia, l’opera di Wells si è limitata ad una narrazione puramente fantastica, risultando anzi ferocemente critica e attuale: innanzitutto l’aggressione dei marziani rivelava una corrosiva e lucida denuncia nei confronti delle violenze e degli orrori perpetrati attraverso il sistema di sfruttamento coloniale; ma soprattutto, incarnava la naturale conseguenza della trasposizione su scala cosmica dei concetti darwiniani di “selezione naturale” e di “evoluzione delle specie”: tali principi, infatti, avevano contribuito a scardinare l’antica visione degli esseri viventi, concepiti come prodotto divino fisso ed immutabile dai tempi della creazione, con ciò aprendo le porte ad un discorso evoluzionista dal respiro universale, che per la prima volta si spingeva tanto in avanti da poter prendere in considerazione l’ipotesi dell’esistenza di forme di vita provenienti da altri mondi, e al tempo stesso immaginarle talmente progredite da prendere il sopravvento anche sull’uomo, con la stessa prepotenza e noncuranza di quanto non avesse già fatto lui stesso sul pianeta nei confronti delle altre specie più deboli. In questo modo, se il precedente romanzo La macchina del tempo (1895) aveva proiettato le dinamiche della lotta per la sopravvivenza su di un versante prettamente temporale (dipingendo un’umanità futura geneticamente divisa in due razze tra loro in conflitto, gli  Eloi ed i Morlocks), dal canto suo La guerra dei mondi faceva il medesimo passo prendendo tuttavia come riferimento le coordinate spaziali, e dipingeva uno scontro tra uomini e marziani così drammatico e vibrante da gettare sul futuro della stessa specie umana uno sguardo che prima di allora mai era risultato tanto inquieto e distopico.

Furono riflessioni e problematiche di questo tipo a cementare le basi sulle quali, alcuni decenni più tardi, la fantascienza cinematografica avrebbe edificato le premesse del proprio debutto, rimanendo fedele per l’intero corso della sua prima stagione (ossia quel periodo approssimativamente collocabile tra l’inizio degli anni Cinquanta e la seconda metà del decennio successivo) al modello narrativo e concettuale che era stato appunto introdotto da Wells. Non deve dunque stupire il fatto che già nel 1953 venisse preparata la diretta trasposizione su pellicola de La guerra dei mondi, il classico per antonomasia dell’autore britannico. Ad occuparsi del progetto furono George Pal, nelle vesti di produttore (già reduce dal successo precedentemente ottenuto con Uomini sulla Luna e Quando i mondi si scontrano), e Byron Haskin in qualità di regista. I due scelsero di introdurre tutta una serie di modifiche rispetto al canovaccio originale, allo scopo di attualizzare il contenuto del romanzo. A tal proposito, l’ambientazione della vicenda venne innanzitutto trasferita dalla Londra dell’epoca vittoriana alla California della metà del Novecento; in secondo luogo, fu radicalmente cambiata la fisionomia delle astronavi marziane: Wells le aveva immaginate a forma di cilindri sorretti dal tre lunghi arti meccanici (da cui derivò l’uso del nomignolo “tripodi”), mentre i realizzatori del film optarono per un aspetto meno spigoloso donando loro le sembianze spettrali di gigantesche mante alate, dal look decisamente più avveniristico e aggressivo; Pal e Haskin aggiornarono il racconto anche dal punto di vista delle novità scientifiche e tecnologiche che avevano fatto la loro comparsa nello scenario del nuovo secolo: alla luce del rinnovato setting cinematografico, la resistenza umana poteva ora contare sull’impiego delle armi nucleari, cosicché i velivoli extraterrestri vennero dotati di un campo di forza circostante che contribuisse a renderli invulnerabili a qualsiasi attacco, analogamente a quanto accadeva nel testo letterario.

Passando alla disamina degli aspetti più propriamente organici della pellicola, va per prima cosa sottolineato che, dal punto di vista della direzione tecnica, il lavoro svolto da Haskin è efficace nel confezionare una produzione solida e compatta, impreziosita da un sistema di inquadrature piuttosto dinamico e flessibile per l’epoca, complessivamente rispettosa del soggetto originale, eppure al tempo stesso afflitta dalla palpabile lentezza della scansione narrativa. Nonostante infatti il ritmo non raggiunga mai livelli tanto bassi da far annoiare lo spettatore, è da dire che nemmeno riesce a rasentare chissà quali vette di entusiastico coinvolgimento. Semplicemente, il tutto si limita a scorrere su binari abbastanza classici e scontati, senza picchi di particolare suspense. La prestazione del cast si muove lungo la stessa linea: soddisfacente la resa dei personaggi, ma anche qui abbondano i cliché e non vi sono interpretazioni capaci di fare la differenza. Passando invece alla disamina degli effetti speciali, i trucchi e i modellini utilizzati nella pellicola risultano di pregevole fattura, soprattutto grazie alla variopinta gamma espressiva resa allora possibile dall’impiego del Technicolor (che costituiva una rarità rispetto alla gran parte della science fiction del periodo, e non a caso valse la vittoria dell’apposito premio Oscar nel 1954). Certo, al giorno d’oggi essi accusano visibilmente i segni dell’età, soprattutto per ciò che concerne i movimenti delle astronavi e la realizzazione delle viscide creature aliene, ma va comunque riconosciuto che sono invecchiati meno peggio di quanto non sia accaduto ad altre pellicole del medesimo periodo. In ogni caso, il vero punto di forza de La guerra dei mondi deve essere individuato nel valore storico assunto dal film: rappresentando per la prima volta sullo schermo un’invasione aliena non più limitata a piccoli sobborghi della periferia cittadina, ma caratterizzata da dimensioni autenticamente planetarie, esso riusciva a trasformarsi in una valida metafora del proprio tempo, trasportando direttamente nell’immaginario fantascientifico i problemi, le divisioni e le paranoie reali di un clima politico e sociale ben preciso, quello della Guerra Fredda. E manifestava, contestualmente, la speranza di un rappacificamento dell’umanità intera,  reso possibile proprio grazie all’incombere di una minaccia universale che metteva a repentaglio l’esistenza di tutti i popoli. Da questo punto di vista, l’opera veniva dunque a riprendere il messaggio di flebile speranza che già risaltava dalle pagine di Wells:“può anche darsi che, nellampia orbita delluniverso, questinvasione da Marte non sia stata del tutto improvvida per gli uomini. Ci ha privato di quella serena fiducia nel futuro che è la più fertile sorgente di decadenza; ha portato alla scienza umana un enorme impulso e ha contribuito moltissimo al concetto di fratellanza del genere umano.”

In sede di conclusione, La guerra dei mondi resta a tutt’oggi un valido esempio di fantascienza classica, sostenuto da una messa in scena granitica e rigorosa la quale tuttavia non riesce ad evitare la presenza di uno svolgimento narrativo generalmente troppo arido e monotono. La sua visione rimane perciò consigliata ad un pubblico di appassionati del genere o di cultori del cinema in generale, coloro, cioè, che meglio sapranno apprezzare la funzione storica della pellicola arrivando magari a soprassedere sul difetto della sua scarsa carica emotiva, cosa che riuscirà invece molto più difficile allo spettatore comune, ormai abituato a ritmi di ben maggiore dinamicità e tensione.

Titolo originale: The War of the Worlds

Anno: 1953

Paese: USA

Durata: 85

Colore: Colore

Genere: Fantascienza

Regista: Byron Haskin

Cast: Gene Barry; Ann Robinson; Les Tremaine; Lewis Martin; Robert Cornthwaite; Sandro Giglio; Ann Codee.

Valutazione: 3 su 5 – Sufficiente

Davide “Vulgar Hurricane” Tecce

 

“Lei parla indostano? No? Non si è perso niente!” (Hrundi V. Bakshi)

Cameriere: La sua signora è caduta nella piscina.
Fred Clutterbuck: Salvate i gioielli!


Hrundi V. Bakshi, è un maldestro attore indiano che recita come comparsa in una produzione hollywoodiana. Dopo aver mandato a monte le riprese di un film in costume a causa delle sue continue sbadataggini, viene invitato per sbaglio ad una festa che si tiene nella villa del produttore che ne ha appena ordinato il licenziamento. Durante la festa, in cui in realtà ci sono diversi personaggi curiosi, ne succederanno di tutti i colori a causa di incedenti provocati da Bakshi, ma non solo. Tutto finirà con un elefante, tanta schiuma e il caos nella villa del produttore.

The Party (questo il titolo originale del film) – uno dei capolavori della commedia del cinema sonoro, ma che molto deve alle tipiche gag del muto – uscì nel 1968 ed è una delle migliori prove cinematografiche della coppia Blake Edwards – Peter Sellers. Il regista (scomparso proprio in questi giorni) aveva già diretto Sellers (che qui interpreta l’attore indiano Hrundi V. Bakshi) ne La Pantera Rosa e con lui aveva dunque iniziato una proficua collaborazione che si protrarrà fino alla morte dell’attore nel 1980.

In Hollywood Party Edwards descrive ironicamente il mondo del cinema, da lui conosciuto e frequentato ovviamente, ma anche non del tutto amato (forse anche perché la cosa era reciproca). La festa che il produttore Clutterbuck (J. Edward McKinley) è l’occasione per mettere in azione una serie di gag a ripetizione ma anche per prendere in giro alcuni personaggi che rappresentano il mondo ricco e dello star system oltre che le mode del momento. Un tema che ricorre in vari film ma che forse ha il suo modello più vicino ne Il Mattatore di Hollywood (1961) interpretato dal comico Jerry Lewis. La critica sociale viene arricchita con numerose trovate comiche che si rifanno chiaramente ad un certo modo di fare cinema, quello della slapstick comedy. Le gag sono esclusivamente “fisiche”, non verbali. In effetti c’è poco spazio a battute memorabili o dialoghi frenetici che potremmo trovare in altri tipi di commedie. Anzi, spesso lo spazio verbale quando viene concesso è affidato al nonsense, come nelle scene in cui Sellers fa pronunciare al suo personaggio alcune frasi (“Trenta dì conta gennaio e febbraio, marzo e aprile. Di ventotto ce n’è uno, tranne mio cugino che ha sei mesi”), incomprensibili detti (“Saggezza è compagna di vecchiaia, ma il cuore di un fanciullo è puro”) o lo rende protagonista di dialoghi surreali (“Ma chi si crede di essere lei?” – “In India non crediamo di essere, sappiamo di essere.” – “Protettori di vacche!” – “Come sta sua sorella?”). Del resto, il copione proposto agli attori in origine era esiguo e l’improvvisazione sul set l’ha fatta da padrone, con risultati eccellenti e divertentissimi.

Nel suo film Edwards sviluppa dunque un genere di comicità fatta di scene che vedono i suoi attori come elementi principali della trovata del momento (molti i caratteristi, tra cui il cameriere alcolizzato e l’attore del cinema western) mettendo in luce la sbadataggine del protagonista, l’indiano dal nome impronunciabile Bakshi, che ne combina di tutti i colori, nel set cinematografico e nella villa e contribuisce a provocare altri disastri di cui lui non è diretto responsabile. Anche nella caratterizzazione del personaggio interpretato da Sellers si vede chiaramente l’impronta di un modello classico della comicità, che negli anni del muto aveva tra i suoi principali rappresentanti Charlie Chaplin e Buster Keaton. La goffaggine, ma anche la semplicità, la malinconia e la tenerezza espresse da Sellers sono tipicamente chapliniane. Anche il modo in cui timidamente si rapporta con le persone, tra cui la ragazza francese che conosce alla festa e di cui si innamora, Michèle Monet (interpretata dalla cantante Claudine Longet).

Proprio questa umiltà rappresentata da Bakshi, ma in fondo anche dalla giovane donna che preferisce la sua compagnia a quella di altri che potrebbero lanciarla nel mondo dello spettacolo, contrasta con la sfarzosità della festa e con gli altri convitati. Un contrasto che esploderà nel finale, quando la figlia del produttore assieme ai suoi amici introdurrà in casa un piccolo elefante tutto pitturato con slogan e colori della contestazione giovanile (siamo nel 1968). Bakshi si lamenta per come i ragazzi hanno dipinto l’animale, considerato sacro in India, e così i figli dei fiori insieme all’indiano e alla francese lavano il pachiderma, riempiendo in poco tempo tutta la casa di schiuma e dando vita ad un finale esilarante e poetico allo stesso tempo. Un epilogo che vede unita l’umiltà e la protesta nello sradicare dal basso un mondo che forse lo stesso Edwards sognava di far scomparire.

Con questo film Blake Edwards si ricollega anche al suo Colazione da Tiffany (il party dato da Holly Golightly nel suo appartamento, da cui Hollywood Party riprende l’eccentricità dei personaggi) e ci regala una commedia che ha resistito negli anni, leggera al punto giusto e godibilissima grazie anche alle atmosfere di quel periodo e alle musiche di Henry Mancini, tra cui la dolcissima “Nothing to lose” cantata da Claudine Longet.

 

Titolo originale: The Party

Anno: 1968

Paese: USA

Durata: 99

Colore: Colore

Genere: Commedia

Regista: Blake Edwards

Cast: Peter Sellers; Claudine Longet; Gavin MacLeod; J. Edward McKinley; Fay McKenzie; Al Checco

Valutazione: 4 su 5 – Buono

 

Luca Paccusse