Di tutti i mondi che i marziani potevano osservare, solo la nostra Terra era la più temperata, e possedeva un’atmosfera nebulosa indice di fertilità. Gli uomini non sospettavano quale tremendo destino li aspettasse, e non si rendevano conto che dalle profondità dello spazio qualcuno li sorvegliava con tanto bramoso interesse…” (Voce fuori campo)

Saranno dei prodigi mentali, ma in confronto a noi fisicamente devono essere molto primitivi.” (Dott.ssa Duprey)

TRAMA

La vita di una tranquilla cittadina della campagna californiana  viene improvvisamente scossa  dalla caduta di un misterioso oggetto piovuto dal cielo. Credendo di avere a che fare con un semplice meteorite, le autorità e una folla di curiosi circondano l’intera zona dell’impatto per studiare meglio la faccenda. Ma dall’interno del corpo extraterrestre fuoriesce un’astronave aliena munita di un raggio disintegratore dalla potenza inaudita, che inizia a seminare il panico nella zona circostante. Ben presto, i cieli di tutto il mondo si vedono solcati dall’arrivo di nuovi meteoriti e di altrettante navicelle marziane. Le forze armate terrestri ricorrono ad ogni risorsa in loro possesso per bloccare l’avanzata del nemico, ma nemmeno l’uso dell’atomica sembra sortire alcun effetto. Mentre gli invasori continuano la loro opera di devastazione, l’umanità sconfitta e disperata si da’ alla fuga o si rifugia in preghiera nelle chiese.

 

SINTESI

Primo vero colossal della fantascienza anni Cinquanta, La guerra dei mondi di Byron Haskin (1953) è una diretta conversione su pellicola dell’omonimo romanzo di H. G. Wells. Il film appare solido nella messa in scena, sorretto da una buona regia e dotato di effetti speciali notevoli per l’epoca (tanto che gli valsero l’Oscar), ma al tempo stesso risulta afflitto da un ritmo narrativo che non regala autentiche emozioni. La visione resta in ogni caso consigliata ai fan del genere, che sapranno apprezzare il suo divenire una metafora epocale della paranoia collettiva della Guerra Fredda.

 

APPROFONDIMENTO

Padre e maestro del genere fantascientifico, nonché eccellente interprete delle trasformazioni scientifico-industriali del nostro tempo, Herbert George Wells ha avuto il grande merito di saper cogliere, grazie all’acuto ingegno di cui disponeva, le principali istanze di sviluppo espresse da una società fermamente proiettata verso la rapida e vertiginosa corsa al progresso delle scienze e delle tecniche, per poi riuscire a riversarle nell’ambito di una produzione letteraria tanto prolifica quanto fortunata, dando spazio in questo modo alla materializzazione degli incubi più inconfessabili dell’epoca, e in certi casi persino all’anticipazione  dei suoi esiti più tragici (come lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e l’invenzione della bomba atomica). La guerra dei mondi, in particolare, è da considerarsi l’opera di maggior celebrità e significato tra quelle del noto autore britannico. Pubblicato originariamente a Londra nel 1897, il romanzo può vantarsi di aver avuto un impatto senza paragoni nell’immaginario collettivo del XX secolo: basti pensare al fatto che le sue pagine ospitano il primo esempio in assoluto di descrizione di un’immaginaria invasione extraterrestre compiuta da una civiltà aliena ai danni dell’umanità. Non per questo, tuttavia, l’opera di Wells si è limitata ad una narrazione puramente fantastica, risultando anzi ferocemente critica e attuale: innanzitutto l’aggressione dei marziani rivelava una corrosiva e lucida denuncia nei confronti delle violenze e degli orrori perpetrati attraverso il sistema di sfruttamento coloniale; ma soprattutto, incarnava la naturale conseguenza della trasposizione su scala cosmica dei concetti darwiniani di “selezione naturale” e di “evoluzione delle specie”: tali principi, infatti, avevano contribuito a scardinare l’antica visione degli esseri viventi, concepiti come prodotto divino fisso ed immutabile dai tempi della creazione, con ciò aprendo le porte ad un discorso evoluzionista dal respiro universale, che per la prima volta si spingeva tanto in avanti da poter prendere in considerazione l’ipotesi dell’esistenza di forme di vita provenienti da altri mondi, e al tempo stesso immaginarle talmente progredite da prendere il sopravvento anche sull’uomo, con la stessa prepotenza e noncuranza di quanto non avesse già fatto lui stesso sul pianeta nei confronti delle altre specie più deboli. In questo modo, se il precedente romanzo La macchina del tempo (1895) aveva proiettato le dinamiche della lotta per la sopravvivenza su di un versante prettamente temporale (dipingendo un’umanità futura geneticamente divisa in due razze tra loro in conflitto, gli  Eloi ed i Morlocks), dal canto suo La guerra dei mondi faceva il medesimo passo prendendo tuttavia come riferimento le coordinate spaziali, e dipingeva uno scontro tra uomini e marziani così drammatico e vibrante da gettare sul futuro della stessa specie umana uno sguardo che prima di allora mai era risultato tanto inquieto e distopico.

Furono riflessioni e problematiche di questo tipo a cementare le basi sulle quali, alcuni decenni più tardi, la fantascienza cinematografica avrebbe edificato le premesse del proprio debutto, rimanendo fedele per l’intero corso della sua prima stagione (ossia quel periodo approssimativamente collocabile tra l’inizio degli anni Cinquanta e la seconda metà del decennio successivo) al modello narrativo e concettuale che era stato appunto introdotto da Wells. Non deve dunque stupire il fatto che già nel 1953 venisse preparata la diretta trasposizione su pellicola de La guerra dei mondi, il classico per antonomasia dell’autore britannico. Ad occuparsi del progetto furono George Pal, nelle vesti di produttore (già reduce dal successo precedentemente ottenuto con Uomini sulla Luna e Quando i mondi si scontrano), e Byron Haskin in qualità di regista. I due scelsero di introdurre tutta una serie di modifiche rispetto al canovaccio originale, allo scopo di attualizzare il contenuto del romanzo. A tal proposito, l’ambientazione della vicenda venne innanzitutto trasferita dalla Londra dell’epoca vittoriana alla California della metà del Novecento; in secondo luogo, fu radicalmente cambiata la fisionomia delle astronavi marziane: Wells le aveva immaginate a forma di cilindri sorretti dal tre lunghi arti meccanici (da cui derivò l’uso del nomignolo “tripodi”), mentre i realizzatori del film optarono per un aspetto meno spigoloso donando loro le sembianze spettrali di gigantesche mante alate, dal look decisamente più avveniristico e aggressivo; Pal e Haskin aggiornarono il racconto anche dal punto di vista delle novità scientifiche e tecnologiche che avevano fatto la loro comparsa nello scenario del nuovo secolo: alla luce del rinnovato setting cinematografico, la resistenza umana poteva ora contare sull’impiego delle armi nucleari, cosicché i velivoli extraterrestri vennero dotati di un campo di forza circostante che contribuisse a renderli invulnerabili a qualsiasi attacco, analogamente a quanto accadeva nel testo letterario.

Passando alla disamina degli aspetti più propriamente organici della pellicola, va per prima cosa sottolineato che, dal punto di vista della direzione tecnica, il lavoro svolto da Haskin è efficace nel confezionare una produzione solida e compatta, impreziosita da un sistema di inquadrature piuttosto dinamico e flessibile per l’epoca, complessivamente rispettosa del soggetto originale, eppure al tempo stesso afflitta dalla palpabile lentezza della scansione narrativa. Nonostante infatti il ritmo non raggiunga mai livelli tanto bassi da far annoiare lo spettatore, è da dire che nemmeno riesce a rasentare chissà quali vette di entusiastico coinvolgimento. Semplicemente, il tutto si limita a scorrere su binari abbastanza classici e scontati, senza picchi di particolare suspense. La prestazione del cast si muove lungo la stessa linea: soddisfacente la resa dei personaggi, ma anche qui abbondano i cliché e non vi sono interpretazioni capaci di fare la differenza. Passando invece alla disamina degli effetti speciali, i trucchi e i modellini utilizzati nella pellicola risultano di pregevole fattura, soprattutto grazie alla variopinta gamma espressiva resa allora possibile dall’impiego del Technicolor (che costituiva una rarità rispetto alla gran parte della science fiction del periodo, e non a caso valse la vittoria dell’apposito premio Oscar nel 1954). Certo, al giorno d’oggi essi accusano visibilmente i segni dell’età, soprattutto per ciò che concerne i movimenti delle astronavi e la realizzazione delle viscide creature aliene, ma va comunque riconosciuto che sono invecchiati meno peggio di quanto non sia accaduto ad altre pellicole del medesimo periodo. In ogni caso, il vero punto di forza de La guerra dei mondi deve essere individuato nel valore storico assunto dal film: rappresentando per la prima volta sullo schermo un’invasione aliena non più limitata a piccoli sobborghi della periferia cittadina, ma caratterizzata da dimensioni autenticamente planetarie, esso riusciva a trasformarsi in una valida metafora del proprio tempo, trasportando direttamente nell’immaginario fantascientifico i problemi, le divisioni e le paranoie reali di un clima politico e sociale ben preciso, quello della Guerra Fredda. E manifestava, contestualmente, la speranza di un rappacificamento dell’umanità intera,  reso possibile proprio grazie all’incombere di una minaccia universale che metteva a repentaglio l’esistenza di tutti i popoli. Da questo punto di vista, l’opera veniva dunque a riprendere il messaggio di flebile speranza che già risaltava dalle pagine di Wells:“può anche darsi che, nellampia orbita delluniverso, questinvasione da Marte non sia stata del tutto improvvida per gli uomini. Ci ha privato di quella serena fiducia nel futuro che è la più fertile sorgente di decadenza; ha portato alla scienza umana un enorme impulso e ha contribuito moltissimo al concetto di fratellanza del genere umano.”

In sede di conclusione, La guerra dei mondi resta a tutt’oggi un valido esempio di fantascienza classica, sostenuto da una messa in scena granitica e rigorosa la quale tuttavia non riesce ad evitare la presenza di uno svolgimento narrativo generalmente troppo arido e monotono. La sua visione rimane perciò consigliata ad un pubblico di appassionati del genere o di cultori del cinema in generale, coloro, cioè, che meglio sapranno apprezzare la funzione storica della pellicola arrivando magari a soprassedere sul difetto della sua scarsa carica emotiva, cosa che riuscirà invece molto più difficile allo spettatore comune, ormai abituato a ritmi di ben maggiore dinamicità e tensione.

Titolo originale: The War of the Worlds

Anno: 1953

Paese: USA

Durata: 85

Colore: Colore

Genere: Fantascienza

Regista: Byron Haskin

Cast: Gene Barry; Ann Robinson; Les Tremaine; Lewis Martin; Robert Cornthwaite; Sandro Giglio; Ann Codee.

Valutazione: 3 su 5 – Sufficiente

Davide “Vulgar Hurricane” Tecce

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commenti
  1. agegiofilm ha detto:

    Mi sa che sei nato negli anni ’40, altrimenti non capirei la meraviglia per i marziani…

  2. Torneo dei film ha detto:

    Grazie per non aver mai citato Spielberg in questo post. Io pensavo di trovarmi davanti ad un prodotto di serie B, ma è invece fondamentale, come dici tu, per tutto il genere fantascienza, se non per la concezione degli extraterrestri.

    • Ahah è vero, ho svincolato apposta! XD D’altronde non avendo ancora visto il remake (solo spulciato qualche video) ho preferito evitare riferimenti che poi magari si sarebbero dimostrati inesatti XD

      Comunque debbo dire che il look originale dei Tripodi (che Spielberg, almeno a quel poco che ho visto, ha mantenuto intatto) a me piace anche più dello stile “a manta” voluto da Pal e Haskin: essendo aracnofobico detesto gli animeltti con zampe lunghe e filiformi, e così quegli arti meccanici mi fanno veramente impressione!! Brrrr…

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