Archivio per la categoria ‘Anni ’30’

Nel 1933 il film La guerra lampo dei Fratelli Marx (titolo originale Duck Soup) inventava uno degli sketch più celebri e suggestivi dell’immaginario cinematografico, imitatissimo da tanti film e cartoni animati successivi: si tratta della celebre gag dello specchio, ancor oggi godibilissima nella sua geniale semplicità.

 

” Se bella giu satore
Je notre so cafore
Je notre si cavore
Je la tu la ti la twah

La spinash o la bouchon
Cigaretto Portabello
Si rakish spaghaletto
Ti la tu la ti la twah

Senora pilasina
Voulez-vous le taximeter?
Le zionta su la seata
Tu la tu la tu la wa

Sa montia si n’amora
La sontia so gravora
La zontcha con sora
Je la possa ti la twah

Je notre so lamina
Je notre so cosina
Je le se tro savita
Je la tossa vi la twah

Se motra so la sonta’
Chi vossa l’otra volta
Li zoscha si catonta
Tra la la la la la la’ “

 

Charles Spencer Chaplin in Tempi Moderni, film del 1936 diretto dallo stesso Chaplin.  La canzone interpretata in questa celebre sequenza, chiamata “Titina”, è una bizzarra mistura di vocaboli francesi, spagnoli ed italiani, e costituì la prima occasione in cui gli spettatori poterono ascoltare al cinema la voce dell’attore.

 

 

“L’uomo che si farà accalappiare da lei non avrà altro che guai.” (David Huxley)

Susan Vance: Oh, che peccato, si sono rotti: come mi dispiace!
David Huxley: Be’, non ha nessuna importanza: per fare tutte le scemenze che sto facendo, posso anche farle a occhi chiusi.
Susan Vance: Ecco… Comunque, gliel’ho detto: senza occhiali è molto più carino.
David Huxley: Sono solo molto più cieco.


David Huxley, tranquillo e impacciato paleontologo impegnato a ultimare la costruzione dello scheletro di un dinosauro apprende dalla sua assistente e futura sposa Alice del ritrovamento dell’osso che completerà l’enorme carcassa. Il matrimonio tra i due è imminente ma lei fa capire al compagno che la cosa più importante rimarrà il loro lavoro, inoltre il paleontologo deve contattare il legale di una ricca signora che vorrebbe donare un milione di dollari al museo di storia naturale. La monotonia che si prospetta nella vita di David verrà interrotta bruscamente da Susan Vance, giovane ereditiera strampalata, capace di combinare disastri a ripetizione pur di conquistare il paleontologo.

Capolavoro della screwball comedy degli anni ’30 (genere hollywoodiano in cui si mette in scena la battaglia dei sessi), Bringing Up Baby, uscito nel 1938, è un film divertente, frenetico, che fa ampio uso di gag slapstick (come la buccia di banana per intenderci), ma allo stesso tempo è ricco di dialoghi al limite del surreale, scritti meravigliosamente da Dudley Nichols e Hagar Wilde. Il “Baby” del titolo originale è il nome del cucciolo di leopardo con cui avranno a che fare David e Susan, uno dei tanti imprevisti che caratterizzano questa commedia diretta con abilità da Howard Hawks, conosciuto anche per aver firmato pietre miliari del genere noir e western.

La brillantezza del film oltre che dalla sceneggiatura è garantita anche da un cast di tutto rispetto. Imbranato, distratto, con indosso gli occhiali alla Harold Lloyd (celebre attore negli anni del muto), Cary Grant lascia per l’occasione i panni del sex symbol per entrare in quelli di un timido paleontologo immerso nel suo lavoro, cui gli si prospetta un matrimonio tutt’altro che entusiasmante ma che improvvisamente si ritrova a tu per tu con un ciclone di donna interpretato dalla splendida Katharine Hepburn. In una commedia dalle trovate assurde, dai personaggi bislacchi e schizzati (chi più chi meno), Grant dal ruolo di seduttore che gli compete passa a quello di sedotto, da cacciatore a preda quasi inerme, travolto dagli eventi che si susseguono rapidamente senza dargli tregua e che finiranno per travolgere la sua vita di coppia e il suo stesso lavoro. Tanto da far dire al suo personaggio che, verso la fine del film, si rivolge alla promessa sposa Alice: “dì una cosa qualsiasi e io l’ho fatta”. Forse non tutti gli uomini vorrebbero una donna come Susan (del resto David lo chiarisce subito: “Vede, Susan: non è che Lei non mi sia simpatica. Perché anzi, in certi momenti di calma sarei anche attratto da Lei. Se ci fossero, dei momenti di calma…), ma quanti desidererebbero l’algida Alice, dedita solo al lavoro e che vede nello scheletro di brontosauro il loro unico futuro figlio?

Oltre alla coppia di protagonisti, la commedia conta altri personaggi secondari particolari, dalla zia Elizabeth (May Robson) al suo amico, il maggiore Applegate (Charles Ruggles), dal nevrotico psichiatra Dr. Lehman (Fritz Feld) allo sceriffo (Walter Catlett), che si fa gabbare per ben due volte dall’intraprendente protagonista.

Susanna! è un film anche rivoluzionario nel suo genere per i canoni hollywoodiani, se pensiamo agli anni in qui è stato girato. Esemplare è il ruolo subalterno che viene assegnato all’uomo rispetto alla donna, nonché alcune sottili allusioni sessuali o determinate battute, come la pronuncia per la prima volta della parola “gay” in una produzione americana per fare riferimento all’omosessualità. Accade quando David, costretto a mettersi una vestaglia non avendo altri abiti, incontra la zia di Susan. Alla richiesta del perché fosse così abbigliato, egli risponde: “Because I just went gay all of a sudden!” (“perché sono diventato improvvisamente gay!“). Il termine però apparve solo nella versione originale in quanto il doppiaggio italiano trasformò la parola “gay” con “pazzo”.

A dispetto del successo di critica che incontra oggi, il film quando uscì nelle sale andò talmente male al botteghino che la RKO licenziò Howard Hawks. Tra l’altro la commedia di Hawks non venne assolutamente presa in considerazione dall’Academy, non ricevendo neanche una nomination agli Oscar, situazione in realtà molto comune ad altri film o registi di prima grandezza che sono stati per anni ignorati da premi e riconoscimenti. Lo stesso Hawks comunque provò a spiegare i motivi che inizialmente non fecero apprezzare appieno la pellicola, dicendo che in effetti, tra tutti i personaggi manca “la gente normale”. Certamente è vero che questa commedia hollywoodiana è assurda, dalla trama ai personaggi, ma non per questo meno godibile di altre più credibili o realistiche.

 

Titolo originale: Bringing Up Baby

Anno: 1938

Paese: USA

Durata: 102

Colore: B/N

Genere: Commedia

Regista: Howard Hawks

Cast: Katharine Hepburn; Cary Grant; Charles Ruggles; Walter Catlett; May Robson; Barry Fitzgerald.

Valutazione: 4 su 5 – Buono

Luca Paccusse

 

“L’uomo invisibile può conquistare il mondo. Nessuno lo vede quando arriva e quando se ne va. Può ascoltare qualsiasi segreto, può rubare, distruggere, uccidere!” (Jack Griffin)

“Volevo fare qualcosa di straordinario, ottenere quello che gli uomini di scienza sognano da quando esiste il mondo. Avere ricchezza, fama, onore. Mettere il mio nome davanti a quello dei più grandi scienziati di tutti i tempi! Io invece ero un uomo troppo povero… e non avevo nulla da offrirti, Flora. Ero solo un povero chimico che lottava per emergere.” (Jack Griffin)

 

TRAMA

Il giovane e ambizioso scienziato Jack Griffin acquista il potere dell’invisibilità iniettandosi un composto chimico di sua invenzione. La geniale scoperta lo costringe tuttavia ad una vita da reietto: assediato dalla curiosità morbosa della gente, frustrato dai vani tentativi di trovare un antidoto, l’uomo impazzisce e trasforma la sua invisibilità in una minaccia per il mondo intero, dichiarando guerra alle autorità con lo scopo di instaurare un autentico regno del terrore.

 

 

SINTESI

Tratta dall’omonimo romanzo di H.G. Wells, L’uomo invisibile (1933) è una pellicola di ottima fattura che conferma le sue notevoli qualità tecniche e narrative anche a distanza di tanti anni. L’abilità registica di Whale e la straordinaria interpretazione di Rains hanno confezionato un’opera capace ancora oggi di stupire e affascinare qualsiasi tipo di pubblico, conquistandolo sia con l’effervescente mistura di horror e commedia, che con l’eccellente resa degli effetti speciali curati da Fulton. Il risultato è un film entusiasmante la cui visione resta irrinunciabile per ogni appassionato del buon cinema.

 

APPROFONDIMENTO

Herbert George Wells, padre fondatore del genere fantascientifico insieme a Jules Verne, scriveva il celebre The invisibile man nel 1897, facendone un’opera la quale -analogamente agli altri esponenti della sua ampia ed eccelsa produzione letteraria- risultava capace di fondere insieme istanze di diversa provenienza: l’elemento immaginifico dell’invisibilità; l’analisi del progresso scientifico-tecnologico (qui raffigurato attraverso gli sviluppi della chimica); l’indagine psicologica (le conseguenze della straordinaria invenzione sulla mente ed il comportamento dell’uomo); la riflessione sociale (lo sconvolgimento dei rapporti tra individuo, autorità e collettività). Il risultato complessivo arrivava così a tracciare un drammatico percorso di degenerazione fisica e morale, tipico della modernità, e gettava sul futuro dell’essere umano uno sguardo inquieto che a tutt’oggi nulla ha perso della sua attrattiva e lungimiranza.

Quando, molti anni più tardi, venne maturando l’idea di realizzare la trasposizione cinematografica del romanzo, l’impresa si preannunciava piuttosto complessa, soprattutto considerando il disappunto che lo stesso Wells aveva avuto modo di manifestare nei confronti di alcuni precedenti tentativi di raccontare sul grande schermo i suoi capolavori (come era accaduto con L’isola delle anime perdute del 1932, mediocre adattamento del suo noto romanzo The island of Dr. Moreau). Fortunatamente questa volta l’esito del trasferimento mediatico si dimostrò ben più meritevole: L’uomo invisibile costituisce infatti non solo una conversione su pellicola all’altezza dell’originale, ma anche uno dei risultati più suggestivi ed appassionanti mai raggiunti in ambito fantascientifico, un’opera il cui valore e il cui fascino si sono conservati intatti nel corso degli anni. Tra gli innumerevoli punti di forza del film è da  segnalare in primo luogo l’abile regia di James Whale, giovane cineasta di origini inglesi che era emigrato a Hollywood qualche anno prima firmando alcuni horror di grande successo, come Frankenstein (1931) e Il castello della paura (1932). Avvalendosi della solida sceneggiatura fornita dall’opera originaria di Wells, la direzione tecnica di Whale ha potuto concentrarsi sulla ricostruzione di una suggestiva atmosfera  e sulla creazione di un meccanismo narrativo alquanto efficace, caratterizzato da un ritmo incombente il quale alterna con sapienza elementi di commedia ed ironia, ad altrettante scene di più cupa e drammatica tensione.

L’interpretazione di Claude Rains, attore britannico proveniente dal mondo teatrale che qui veste i panni (scomodi) del folle scienziato protagonista, appare d’altronde non meno rilevante ed  incisiva. La scelta ricadde su di lui soprattutto per volontà del regista stesso, laddove invece la casa di produzione Universal avrebbe preferito ricorrere a  Boris Karloff (il quale già due anni prima aveva vestito i panni del mostro nel film Frankenstein). L’intuizione di Whale si dimostrò quanto mai azzeccata: alla sua seconda prova sul grande schermo, Rains riuscì a vincere una tra le scommesse più difficili della sua professione, quella di dover conquistare l’attenzione del pubblico senza tuttavia poter mai apparire fisicamente; grazie al forte senso della presenza scenica (frutto delle passate esperienze sul palco), all’indimenticabile risata beffarda, alla voce sprezzante, egli ha conferito a Griffin quella consistenza e quella palpabilità che hanno fatto di lui uno dei più convincenti villains della storia, capace di suscitare nello spettatore sentimenti in perenne bilico tra avversione, paura, e compassione. Anche il resto del cast si dimostra all’altezza: da William Harrigan (il dottor Arthur Kemp) a Una O’Connor (la spassosa signora Hall), da Henry Travers (il dottor Cranley) alla bella Gloria Stuart (la futura Rose “anziana” del Titanic di Cameron, che qui impersona Flora, la donna amata da Griffin), nessuno di loro delude le aspettative.

Anche il resto del cast si dimostra all’altezza: da William Harrigan (il dottor Arthur Kemp) a Una O’Connor (la spassosa signora Hall), da Henry Travers (il dottor Cranley) alla bella Gloria Stuart (la futura Rose in versione “anziana” del Titanic di Cameron, che qui impersona Flora, la donna amata da Griffin), nessuno di loro delude le aspettative. A completare il quadro d’eccellenza intervenne infine uno dei maggiori tecnici nella storia degli effetti speciali, il maestro John P. Fulton, chiamato, non a caso, “l’uomo dei mostri” per aver curato il look di alcune tra le più spaventose comparse hollywoodiane, tra le quali meritano di essere ricordate la mummia, la moglie e il figlio della creatura di Frankenstein, Dracula, l’uomo lupo e, appunto, l’uomo invisibile. A lui va il merito di aver realizzato una serie di trucchi tanto validi ed ingegnosi da risultare ancora oggi stupefacenti e persuasivi. Pur a distanza di quasi ottanta anni, L’uomo invisibile costituisce dunque una pellicola godibile e soddisfacente, che conquista e appassiona lo spettatore senza per questo dover rinunciare allo spessore di un intreccio più profondo, in grado di far riflettere sulle conseguenze che  si accompagnano all’ambizione e al progresso scientifico qualora essi risultino privi di uno sforzo, altrettanto energico, di elevazione morale. Non c’è dubbio che il film rappresenti un appuntamento impedibile per ogni amante della buona fantascienza, ciononostante la sua visione rimane caldamente consigliata anche a tutti i cultori del cinema in generale.

 

Titolo originale: The Invisible Man

Anno: 1933

Paese: USA

Durata: 71

Colore: B/N

Genere: Fantascienza

Regista: James Whale

Cast: Claude Rains; Gloria Stuart; William Harrigan; Henry Travers; Una O’Connor.

Valutazione: 4 su 5 – Buono

Davide “Vulgar Hurricane” Tecce

Pubblicato su Silenzio in Sala