Archivio per la categoria ‘Battute da cinema’

 

Io sono Frau Blücher.


Frankenstein Junior rientra senza dubbio in quella ristretta cerchia di titoli che non hanno bisogno di particolari presentazioni, tanto grande è la loro fama presso il mondo della critica e del pubblico. Cult movie per antonomasia, il film diretto da Mel Brooks nel 1974 ha ricevuto un’accoglienza calorosa ed entusiasta che a tutt’oggi non accenna a volersi minimamente fermare. Merito di un impianto cinematografico complessivamente geniale, capace di allestire un efficacissimo mix alchemico di tutti quegli ingredienti che contribuiscono a rendere indimenticabile la visione di una pellicola (dalla regia alle interpretazioni del cast, dalle scenografie alle musiche, dalle esilaranti battute alla caratterizzazione degli strampalati personaggi). Tutto ciò fa di Frankenstien Junior il più riuscito esemplare del genere parodistico. Vi è comunque un ulteriore aspetto che merita di essere a tal proposito considerato: non capita poi così di rado, infatti, di imbattersi in spettatori i quali pur avendo apprezzato il film rimangono tuttavia sorpresi (delusi) per il fatto che abbiano riso meno che rispetto ad altre produzioni più recenti dello stesso genere, quali ad esempio le serie di Una pallottola spuntata, Austin Powers, Scary Movie…Senza nulla voler togliere alle opere citate (che rappresentano delle produzioni gradite ed estremamente esilaranti), Frankenstein Junior si colloca su un piano leggermente diverso e, a nostro avviso, superiore. A differenza di altri, infatti, l’opera di Brooks riesce ad elaborare il proprio modello di riferimento (in questo caso tutta la filmografia ispirata al Frankenstein di Mary Shelley) non semplicemente appoggiandosi ad esso in modo passivo, ma contribuendo piuttosto a trasformarlo, innovarlo, presentandolo sotto una luce completamente nuova ma al tempo stesso preoccupandosi di preservare più di un legame con le vecchie pellicole (a partire da Frankenstein e La moglie di Frankenstein di James Whale, rispettivamente del 1931 e del 1935). Frankenstein Junior a ben vedere non è solo risate, sbeffeggiamenti, prese in giro, ma anche atmosfera e alto tasso di coinvolgimento; è un film che certamente acquista valore se si è a conoscenza dei titoli da cui si lascia influenzare, ma che rimane in ogni caso perfettamente autonomo e accessibile al pubblico più occasionale. La sequenza proposta qui di seguito è stata scelta proprio in quanto costituisce un’ottima testimonianza dell’eccezionale risultato ottenuto  da Brooks col processo di rielaborazione creativa e irriverente delle fonti originarie: nell’ambito di una messa in scena potente e rigorosa (la quale rievoca stupendamente le caratteristiche dei film di Whale) si inseriscono, senza risultare mai dissonanti con l’atmosfera gotica d’insieme, gli elementi di pura comicità, che appaiono immediati in certi casi (le battute di Igor, i cavalli che nitriscono al nome di Frau Blucher, i dialoghi tra la donna e il dottore), mentre in altri  richiedono una lettura più attenta e ponderata da parte dello spettatore (le candele spente, il significato del cognome Blucher –che secondo una delle versioni più accreditate corrisponde ad una marca di fertilizzanti tra i cui ingredienti, guarda caso, vi era proprio sangue di cavallo).


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Non me lo so proprio immaginare un mondo senza musica.


L’incontro tra il gargantuesco Scott Hall e il tenero scricciolo H7-25, protagonisti di Uno sceriffo extraterrestre… poco extra e molto terrestre (1979), rimane anche a distanza di tanto tempo uno di quei momenti di dolcezza cinematografica la cui visione non andrebbe negata ad alcun bambino. Il gigante buono Bud Spencer (qui alle prese con uno dei suoi ruoli da “solista”)  si imbatte nell’enfant prodige degli Incontri ravvicinati del terzo tipo, Cary Guffrey, regalando un perfetto intrattenimento per famiglie che riesce fortunatamente ad evitare la retorica melensa di molti analoghi prodotti. La direzione tecnica di Michele Lupo sviluppa con la giusta classe le sorti di una vicenda semplice ma al tempo stesso onesta e simpatica; impossibile peraltro non sottolineare la bontà del lavoro svolto dagli irrinunciabili Oliver Onions, autori della fantastica colonna sonora che potete ascoltare in questo video.

– Pareva avesse il destino negli occhi.

– Il destino? Cosa vuoi dire Irma?

– La morte negli occhi.

Picnic ad Hanging Rock è un’opera di rara suggestione. L’australiano Peter Weir realizza la sua pellicola più significativa affrontando la materia, densa e drammatica, della misteriosa scomparsa di alcune giovani ragazze durante una gita ai piedi del complesso roccioso di Hanging Rock.  La vibrante eleganza e l’onirica fascinazione della messa in scena rendono la pellicola un’incarnazione sublime dell’espressione cinematografica, e una riflessione toccante e sincera sulla tragedia della perdita. Memorabile flauto di Gheorghe Zamfir (che suonerà anche in C’era una volta in America).

 

– Vecchio sporcaccione!

– Che è successo?

– Ho beccato un pizzico in ascensore.

– Vedi che vita dura fanno le donne?

– E’ incredibile: con questo schifo di faccia!

– Non importa, basta che porti le sottane: è come sventolare una bandiera rossa davanti a un toro.

– Sì… Be’, sono stufo di fare la bandiera. Voglio fare il toro!


Dialogo tra Jack Lemmon e Tony Curtis (travestiti da donna) in A qualcuno piace caldo (Some like it hot) di Billy Wilder, una delle più belle e divertenti commedie hollywoodiane di tutti i tempi. Nel film, uscito nel 1959, Lemmon e Curtis interpretano due musicisti, Jerry e Joe, che assistono per caso al massacro di San Valentino del 1929 e per sfuggire ai gangster si travestono da donna. Diventano così Daphne e Josephine e vengono ingaggiati da un’orchestra femminile di cui fa parte Zucchero (Marilyn Monroe),  una suonatrice di ukulele col vizio dell’alcool e in fuga da travagli amorosi.

Siete turisti? Cosa venite a fare qui? Non c’è niente da vedere, è tutto uno schifo… Non visitate l’Italia! Statevene a casa vostra, che è meglio.

 

Una delle scene più famose di Una vita difficile, commedia del 1961 diretta da Dino Risi e interpretata da Alberto Sordi. Il  film parla di un giornalista ed ex partigiano, Silvio Magnozzi, che nell’Italia del dopoguerra paga la  sua coerenza e rettitudine con l’emarginazione nel lavoro e nella società. Le battute e la sequenza che vedono protagonista Sordi, sono ambientate a  Viareggio quando Silvio, ubriaco – dopo aver incontrato la moglie da cui è stato lasciato e il suo nuovo compagno in un night  -, sul lungomare, sputa sulle vetture degli automobilisti di passaggio.