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Penultimo film di Charles Chaplin, prima produzione da lui girata in Europa, nonché ultima pellicola in cui egli assume un ruolo da protagonista, Un re a New York (1957) è una brillante commedia satirica che vede il noto regista di origine britannica  prendersi la sua rivincita sulla società americana, che lo aveva costretto, in pieno maccartismo, ad abbandonare gli Usa con la presunta accusa di attività filocomunista. Per tutta risposta Chaplin scrive, dirige e interpreta questo film in cui rivela con straordinaria lucidità le magagne e i controsensi del mondo capitalistico, dall’invasione della pubblicità a quella della chirurgia plastica, dall’ipocrisia libertaria alla nuova stagione della “caccia alle streghe” lanciata dal senatore McCarthy nei primi anni 50 del secolo scorso. Lo sguardo dell’autore è profondo, sagace, irriverente, capace di affrontare senza problemi una materia ricca e delicata trattandola in modo lucido e al tempo stesso esilarante. Nel complesso la pellicola (ingiustamente misconosciuta e sottovalutata)  si presenta integra ancor oggi della sua notevole verve dissacrante, ed anzi è facile che lo spettatore rimanga stupito dalla facilità con cui vengono messi alla berlina i mali che, oggi come ieri, contribuiscono a minare le basi della società contemporanea. Segno degli anni che passano senza che in realtà nulla cambi davvero. Nella sequenza qui proposta assistiamo in particolare ad uno spassoso confronto tra Chaplin (nei panni di un sovrano che si rifugia suo malgrado negli Stati Uniti a causa di una rivoluzione che gli ha sottratto il trono) e suo figlio Michael (che interpreta un pestifero bambino sostenitore della dottrina marxista). Certamente non si tratta del momento più importante del film, ma rimane in ogni caso una significativa dimostrazione del linguaggio, piacevolmente oscillante tra critica e risata, che è alla base dell’intero percorso tematico sviluppato nell’opera.

Il vagabondo Charlot si trova tra le montagne innevate dell’Alaska alla ricerca dell’oro. Sperduto, si ritroverà in una capanna con Larsen, un ricercato e Big Jim, un cercatore che ha appena trovato una miniera d’oro ma che è stato costretto ad abbandonarla momentaneamente per via della tempesta di neve. Patiranno il freddo, la fame e le intemperie della natura. Dopo alcuni giorni le loro strade si dividono e mentre Larsen tenta di rubare l’oro a Big Jim che dopo la colluttazione perderà la memoria, il vagabondo arriva in una cittadina dove si innamora di Georgia, soubrette di una sala da ballo, ma viene preso in giro. La solitudine e la povertà verranno però ricompensate: Charlot ritrova infatti Big Jim, e i due dopo aver rischiato la morte nella capanna, ritrovano l’oro e diventano ricchi e anche l’amore trionferà alla fine con il vagabondo milionario che ritroverà la sua Georgia su una nave.

Charlie Chaplin per The Gold Rush si ispirò alle cronache relative ai cercatori d’oro nelle terre più impervie dell’America settentrionale che ebbe il suo culmine sul finire del XIX secolo. In particolare, l’idea gli venne dopo aver visto a casa dei suoi amici attori Douglas Fairbanks e Mary Pickford (assieme ai quali aveva fondato la United Artists nel 1919) una serie di diapositive che ritraevano questi avventurieri nelle montagne innevate del Klondike in Canada e dopo aver letto in un libro la storia di un gruppo di emigranti diretti in California nel 1845 che, bloccato tra i ghiacci della Sierra Nevada, per sopravvivere si ritrovò a mangiare cani, vestiti e cadaveri dei compagni che non erano sopravvissuti.

Da questi avvenimenti Chaplin costruì la trama per il suo terzo lungometraggio, che uscì nelle sale cinematografiche nel 1925. La lavorazione del film fu tutt’altro che semplice sia dal punto di vista tecnico che dall’insorgere di imprevisti. Il principale fu quello relativo all’attrice che doveva impersonare Georgia, la donna di cui è innamorato il vagabondo. In un primo momento infatti, fu scelta la sedicenne Lita Grey, che già aveva recitato nella parte di un angelo in Il monello. La giovane  però intrattenne una relazione con Chaplin durante la lavorazione del film e rimase incinta. Oltre a doversi sposare con Lita (da cui ebbe due figli, Charles Jr. e Sidney) per evitare scandali, Chaplin dovette trovare un’altra interprete per il film che stava girando. La scelta cadde su una attrice in ascesa, Georgia Hale, di cui Chaplin era rimasto colpito dopo averla vista recitare in The Salvation Hunters di Josef von Sternberg. Il resto dei comprimari si compose di attori che già avevano lavorato con Chaplin, tra cui Mack Swain (che interpreta Big Jim) e Henry Bergman (nella parte di Hank Curtis, il proprietario della casa in cui va ad abitare il vagabondo una volta giunto nella cittadina). Anche la costruzione dell’ambientazione fu laboriosa. Inizialmente le riprese si svolsero presso Trukee, una località montana della Sierra Nevada, dove venne girata la scena di apertura, per la quale vennero reclutati 600 vagabondi e derelitti di Sacramento come comparse. In seguito il film venne girato in studio, nell’assolata Hollywood, dove venne ricostruita la località montana utilizzando legno, reti metalliche, teloni, gesso, sale e farina per rendere al meglio il panorama innevato. Ottimo fu anche il lavoro dei tecnici degli effetti speciali, che costruirono un modellino per la capanna sull’orlo del precipizio.

Il risultato di un anno e mezzo di lavorazione fu un film di grande successo, che ancora oggi non smette di emozionare, di far ridere e di commuovere. In fondo, come è scritto anche nei titoli di testa, si tratta di “una commedia drammatica”, infatti Chaplin, partendo dalla realtà volle trasformare l’orrore in commedia. Così il mito americano della frontiera e dei cercatori d’oro descritto con drammaticità e crudezza, si carica di ironia e critica sociale. Allo stesso modo di altri suoi film (Tempi moderni, Il grande dittatore), il dramma personale e sociale è inserito in un contesto storicamente definito, in questo caso quello della corsa all’oro nel Nord America che raggiunse il suo apice intorno al 1898. Ed è proprio in questa occasione che le vicissitudini umane si fondono con gli imprevisti che si devono affrontare in un ambiente così ostile come l’Alaska. Non sono solo le altre persone e la società nel suo complesso a costituire un ostacolo per il povero Charlot, ma sono soprattutto la Natura, e il caso più in generale, che accrescono i fardelli creando le condizioni per una lotta per la sopravvivenza che ben si addice a un ambiente di quel tipo e in quel preciso contesto.

Così, nella prima parte del film ci troviamo di fronte tre avventurieri: uno è il nostro Charlot, sprovveduto ma ingegnoso omino in cerca di fortuna; un altro è Big Jim McKay (in italiano Giacomone), un omone che invece ha appena trovato una miniera d’oro ma che i forti venti spingono lontano e che per una serie di avvenimenti nel corso della storia perderà la memoria e, momentaneamente, il suo oro; e poi c’è Larsen, un ricercato dalla polizia, che si è rifugiato in una capanna tra le nevi e che alla prima occasione cercherà di farla franca con l’oro altrui. Il panorama di personaggi è in fondo un affresco dei tipici uomini della frontiera: chi cerca qualcosa, chi di deve fuggire, chi finisce vittima di qualche disastro naturale. Anche nella cittadina, in cui si svolge la seconda parte della pellicola vi è una rappresentazione che molto ricorda un western: la sala da ballo, la ragazza contesa, il prepotente di turno.

Un mondo duro, in cui tutti sono spietati e alla ricerca del successo. In tutto questo c’è la variabile Charlot con la sua tenerezza, la sua ingenuità, i suoi occhi sognanti e i suoi momenti di malinconia. Egli infatti, oltre a dover patire la fame e le intemperie, soffrirà anche la solitudine. Emblematica è la notte di capodanno, in cui il vagabondo ha preparato in casa il cenone per Georgia e le sue amiche, che sarebbero dovute venire per le otto. L’attesa però è vana ed egli ha tutto il tempo per appisolarsi e sognare di intrattenere le sue ospiti con una danza coi panini (una delle scene più conosciute del film). Si risveglierà allo scoccare della mezzanotte, quando nella sala da ballo della cittadina (in cui c’è anche Georgia abbracciata allo spavaldo Jack) si canta e si beve con gioia. A Charlot non rimane che ascoltare dalla sua casa la classica Auld Lang Syne, poi dirigersi mestamente verso il locale e una volta giunto là, guardare da fuori il mare di gente che festosamente occupa il salone. Questa, come altre scene (ad esempio quella in cui il vagabondo entra per la prima volta nel locale e viene inquadrato di spalle) descrivono in maniera perfetta gli stati d’animo di Charlot. I suoi movimenti, la sua andatura o una determinata postura che assume valgono più di mille parole.

Indimenticabili molte sequenze: quella iniziale con i cercatori d’oro che salgono la montagna innevata; Big Jim che, provato dalla fame, ha le allucinazioni e vede Charlot sotto forma di un enorme pennuto pronto per essere divorato; Charlot che cucina la sua scarpa per se’ e per il compagno, la mangia e se la gusta pure, girando i lacci come se fossero spaghetti; la già menzionata danza dei panini infilati nelle forchette; la capanna in bilico sul pendio; il finale sulla nave quando Charlot ormai miliardario grazie alla miniera trovata da Big Jim, rincontra Georgia, ma sempre nei suoi panni di vagabondo perché stava posando per un servizio fotografico della stampa. Proprio attraverso questo duplice lieto fine, in cui Charlot trova la ricchezza e l’amore, il regista ci fa riflettere. Perché è vero che con l’oro lui e Big Jim sono diventati ricchi, ma è anche vero che Georgia quando lo rincontra sulla nave lo trova nei suoi soliti poveri abiti, non sapendo in un primo momento chi è diventato, e quindi amandolo per quello che è. Ancora una volta, dunque, Chaplin critica velatamente la società americana. Non è il successo in quanto tale a dare misura della felicità, ma l’amore.

Come raccontò in un’intervista di parecchi anni dopo la stessa Hale, il bacio finale tra Charlot e Georgia in posa davanti al fotografo sulla nave, fu piuttosto prolungato e la scena venne fatta ripetere più volte da Chaplin. Tra il grande regista e l’attrice, come fece capire quest’ultima nel corso dell’intervista, ci fu per lungo tempo una romantica amicizia e lei stessa confessò di aver amato Chaplin per tutta la sua vita. Forse fu anche per questo aspetto personale che la sequenza finale del bacio venne tagliata dalla versione sonorizzata realizzata da Chaplin nel 1942 che si conclude invece con i due che si tengono per mano, in un finale più “casto”. De La febbre dell’oro infatti esistono due versioni, in quanto alcuni anni dopo l’uscita del film Chaplin decise di adattare il film per il pubblico che ormai si era abituato al sonoro. Compose quindi una colonna sonora apposita e inserì dei suoni e dei commenti vocali recitati da lui stesso (togliendo dunque le didascalie che accompagnavano il film muto) ed eliminò anche qualche breve scena (tra cui appunto quella del bacio). Nel complesso la pellicola della versione sonora risulta ridotta a 69 minuti (dagli 81 originari). Negli ultimi anni è tornata a galla l’edizione del 1925 interamente restaurata. Ad oggi sul mercato si possono trovare dunque entrambe le versioni, spesso nello stesso dvd. Difficile dire quale sia migliore tra le due. Potendo sarebbe meglio vederle entrambe. Primo, perché vedere due volte questo film (così come tutti quelli di Charlie Chaplin) non fa male, e in secondo luogo perché entrambe le versioni hanno caratteristiche che un cinefilo o un amante di Chaplin vorrebbe vedere o sentire comunque. La versione del 1925 è da vedere perché è quella originaria ed è anche quella più lunga. La riedizione del 1942 per chi avesse qualche insofferenza per il cinema muto può essere sicuramente più agevole e in più ha la bella colonna sonora composta dal regista stesso.

In ogni caso La febbre dell’oro è uno dei capolavori di Chaplin, forse il suo film muto più complesso per realizzazione e tematiche che vengono affrontate. Un’opera a cui lo stesso Chaplin era particolarmente affezionato, tanto da dire in seguito che avrebbe voluto essere ricordato proprio per questo film.

Titolo originale: The Gold Rush

Anno: 1925

Paese: USA

Durata: 81 (versione muta); 69 (versione sonora)

Colore: B/N

Genere: Commedia drammatica

Regista: Charlie Chaplin

Cast: Charlie Chaplin; Georgia Hale; Mack Swain; Tom Murray; Malcom Waite; Henry Bergman

Valutazione: 5 su 5 – Capolavoro

 

Luca Paccusse

Una delle sequenze più celebri nella filmografia di Charlie Chaplin è quella della danza dei panini, immortalata ne La febbre dell’oro (The Gold Rush) il suo terzo lungometraggio, girato nel 1925. Il personaggio del povero vagabondo Charlot questa volta si trova in Alaska, terra di cercatori d’oro, dove patisce il freddo, la fame e la solitudine. Nella scena che potete rivedere qui sotto, il vagabondo, dopo aver atteso invano Georgia e le sue amiche durante la notte di Capodanno che ha organizzato in casa, si addormenta e sogna l’arrivo delle ragazze, per le quali fa la famosissima danza con le forchette e i panini. La scenetta in realtà era stata già portata sullo schermo nel 1917 da un altro attore comico, Roscoe Conkling Arbuckle detto “Fatty”, ma tutti ricordano la versione chapliniana per la sua maestria e poesia che esprime in questa sequenza.

 

Nel secondo video invece potete vedere lo stesso Charlie Chaplin che, fuori dalle scene, ripete il balletto dei panini ad una festa nel 1926.


Visto che è Natale vi proponiamo anche una terza “chicca”: si tratta di un “confronto” tra Charlie Chaplin e Johnny Depp che quasi 70 anni dopo La febbre dell’oro ripropone la danza dei panini in un suo film del 1993, Benny & Joon, diretto da Jeremiah S. Chechik.

 

 

” Se bella giu satore
Je notre so cafore
Je notre si cavore
Je la tu la ti la twah

La spinash o la bouchon
Cigaretto Portabello
Si rakish spaghaletto
Ti la tu la ti la twah

Senora pilasina
Voulez-vous le taximeter?
Le zionta su la seata
Tu la tu la tu la wa

Sa montia si n’amora
La sontia so gravora
La zontcha con sora
Je la possa ti la twah

Je notre so lamina
Je notre so cosina
Je le se tro savita
Je la tossa vi la twah

Se motra so la sonta’
Chi vossa l’otra volta
Li zoscha si catonta
Tra la la la la la la’ “

 

Charles Spencer Chaplin in Tempi Moderni, film del 1936 diretto dallo stesso Chaplin.  La canzone interpretata in questa celebre sequenza, chiamata “Titina”, è una bizzarra mistura di vocaboli francesi, spagnoli ed italiani, e costituì la prima occasione in cui gli spettatori poterono ascoltare al cinema la voce dell’attore.