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Ne Il posto delle fragole (Smultronstället) del 1957, il regista svedese Ingmar Bergman inserisce quattro sogni fatti dal protagonista del film, il professor Isak Borg (interpretato da  Victor Sjöström). Nel primo, che è un incubo, egli si trova in una città deserta in cui il silenzio è assordante. Dopo essere incappato in un manichino, ecco comparire un carro funebre da cui cade una bara che si apre. Al suo interno Isak riconosce sé stesso. Oltre alla bara, dall’ovvio significato, nel primo sogno è presente un altro simbolo, che rivedremo: l’orologio senza lancette, metafora del tempo a disposizione che è ormai finito.

 

 

 

Domattina alle sei verrò giustiziato per un crimine che non ho commesso. Dovevo essere giustiziato alle cinque ma ho un avvocato in gamba” (Boris Grushenko)

Un soldato: Dio ci mette alla prova!
Boris Grushenko: Ma non poteva darci una prova scritta?


Russia, anni delle guerre napoleoniche. Boris Grushenko, giovane aristocratico colto e pavido, ama sua cugina Sonja, che però è innamorata di suo fratello Ivan che è tutto l’opposto essendo bruto e spavaldo. Chiamato alle armi per respingere le truppe di Napoleone, Boris cerca in tutti i modi di fuggire, ma poi è costretto a partire per il fronte, non  prima di aver subito la decisone di Sonja di sposare un vecchio e noioso commerciante di aringhe dopo che Ivan ha deciso di sposare un’altra donna. In guerra Boris – suo malgrado – diventa un eroe e una volta tornato a casa ritrova Sonja, che nel frattempo ha avuto mille relazioni e a cui poi muore il marito. Boris riuscendo a strappare una promessa alla sua amata prima di un duello da cui ne uscirà miracolosamente indenne, la sposerà finendo poi per farsi amare. Ma i guai non mancano, perché nel frattempo Napoleone conquista la Russia e i due decidono di assassinarlo…

Love and Death, in italiano tradotto come Amore e guerra forse per un associazione di parole che avrebbe ricordato il collegamento con Guerra e pace, di cui in parte ne è una parodia, è un film che in effetti si ispira in modo ironico al grande romanzo di Lev Tolstoj, ma più in generale alla letteratura russa dell’Ottocento con ampi rimandi alle opere di Dostoevskij. Diretto e interpretato da Woody Allen nel 1975, il film si avvale anche del contributo della sua musa e compagna di quel periodo, un’ottima Diane Keaton, nella parte della bella cugina di Boris.

Si può affermare che Amore e guerra è una delle pellicole più divertenti dell’Allen comico ed è piuttosto rappresentativa di un periodo intermedio tra le sue prime opere (come Il dormiglione e Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso (ma non avete mai osato chiedere)) e il periodo successivo, quello di Io e Annie e Manhattan, per intenderci. Anche in Amore e guerra infatti, è presente la comicità fisica delle slapstick comedies, ma allo stesso tempo prende piede con forza una comicità verbale frizzante, fatta di dialoghi serrati e battute che si rivedranno nei successivi film e che in realtà già erano presenti in Provaci ancora, Sam (interpretato e scritto da Allen nel 1972).

Il mix di gag e battute è condensato in una serie di parodie e scene che fanno il verso ai classici della letteratura russa e che citano contestualmente diverse opere cinematografiche, dai film di Sergej Ėjzenštejn (da cui Allen riprende anche le musiche del compositore Sergej Prokofiev) a quelli dello svedese Ingmar Bergman, uno dei punti di riferimento del regista newyorkese. Proprio ai suoi film si ispira in molte scene dal punto di vista contenutistico (quando si sofferma sui timori dell’uomo E sul suo rapporto con Dio) e stilisticamente quando riprende la sovrapposizione dei primi piani dei volti dei protagonisti e i loro monologhi interiori. Un omaggio a Bergman è costituito anche dagli incontri che Boris fa con la morte fin da bambino quando ci parla (“Chi sei tu?” “La Morte!” “Che succede dopo morti? C’è l’inferno? C’è Dio? Si resuscita? Beh, allora, una domanda fondamentale: ci sono le donne?” “Sei un giovane interessante, ci rivedremo!” “Oh, non si disturbi!”) e quando ci danza nel finale, chiari riferimenti ironici a Il settimo sigillo.

Anche la filosofia viene spesso citata nel corso del film, da Tommaso d’Aquino a Spinoza e Leibnitz (“sì sono convinta che questo è il migliore dei mondi possibili” dice Sonja) e in generale Allen riflette e ironizza sulla vita e sulla morte, sugli imperativi morali, sulla condizione umana in generale e su altre questioni che tocca nella pellicola attraverso numerosi dialoghi o monologhi. Tra le citazioni letterarie esemplare è la sequenza in cui il padre di Boris va a trovare il figlio in prigione. I due, in dodici battute fanno riferimenti a tante opere di Dostoevskij, da Delitto e castigo a I fratelli Karamazov, da Il giocatore a L’idiota.

Citazioni a non finire ma anche tante battute e dialoghi memorabili in questo film di Woody Allen  che certamente non è grandioso dal punto di vista della scorrevolezza narrativa, ma che è consigliabile per tutti i cinefili, per gli amanti della letteratura e della cultura russa, o semplicemente per chi ha voglia di farsi qualche sana e intelligente risata riflettendo anche su certi temi allo stesso tempo.


Titolo originale: Love and Death

Anno: 1975

Paese: USA

Durata: 82

Colore: Colore

Genere: Commedia

Regista: Woody Allen

Cast: Woody Allen; Diane Keaton; Georges Adet; Harry Hankin; Jessica Harper; Harold Gould

Valutazione: 3 ½ su 5 – Discreto

Luca Paccusse

Isak Borg: Da qualche tempo faccio di continuo dei sogni strani. Ci sarebbe da ridere…
Marianne Borg: Ridere di cosa?
Isak Borg: Beh, è come se volessi dire a me stesso qualcosa che non voglio ascoltare da sveglio.
Marianne Borg: E che cosa sarebbe?
Isak Borg: Che sono morto pur essendo vivo.

Non esistono il bene e il male, ma solo le necessità, e si vive secondo le proprie esigenze.” (Evald Borg)

L’anziano professor Isak Borg, un medico conosciuto e stimato, deve recarsi alla città universitaria di Lund per i festeggiamenti del cinquantesimo anniversario della sua carriera. La notte prima di partire egli fa un sogno premonitore che lo invita a riconsiderare tutta la sua vita. Partito in automobile da Stoccolma insieme alla nuora Marianne (in crisi con il marito Evald), durante il viaggio i due si fermeranno diverse volte, prima nella casa di villeggiatura usata dalla famiglia di Isak quando era giovane e poi dalla madre ultranovantenne. Isak e Marianne fanno anche diversi incontri casuali, tra cui tre giovani autostoppisti e una vecchia coppia litigiosa. Nel corso del tragitto, il professore farà diversi sogni e avrà modo di riconsiderare la sua vita.

Smultronstället, è uno dei capolavori di Ingmar Bergman, senza dubbio tra le sue pellicole più apprezzate dalla critica e dal pubblico. Il film, uscito nel 1957, rinforzò la fama del regista svedese in ambito internazionale a distanza di un anno da un’altra sua grande opera , Il settimo sigillo. Tra i numerosi premi ricevuti in ambito europeo e non, ci fu l’Orso d’oro al Festival di Berlino, il premio della critica alla Mostra del cinema di Venezia, un Golden Globe e una candidatura agli Oscar. Un successo che ripagò le fatiche di Bergman, talmente impegnato tra cinema e teatro in quel periodo che fu vittima di un esaurimento nervoso che lo costrinse al ricovero in una clinica.

Come in altri sui film, ne Il posto delle fragole Bergman utilizza numerose simbologie e metafore, anche se sono di facile interpretazione. A cominciare dai sogni – o meglio, incubi – fatti prima e durante il viaggio da Isak (interpretato dal 78enne Victor Sjöström). Nel primo, egli si trova in una città deserta in cui il silenzio è assordante, quando compare un carro funebre da cui cade una bara che si apre. Al suo interno Isak riconosce sé stesso. Oltre alla bara, dall’ovvio significato, nel primo sogno è presente un altro simbolo, che rivedremo: l’orologio senza lancette, metafora del tempo a disposizione che è ormai finito. La seconda visione onirica di Isak, si manifesta quando raggiunge la sua vecchia casa di villeggiatura. Il professore rivede così la sua giovinezza e la sua fidanzata di un tempo, Sara (Bibi Andersson) che ha scelto di sposare suo fratello Sigfrid, più discontinuo e frivolo ma anche più umano di lui. E’ in questo punto del film che vediamo le fragole del titolo. Sara raccoglie questi frutti, che simboleggiano la gioia di vivere, la giovinezza, la purezza. Le stesse fragole che cadono quando Sara bacia il fratello di Isak, simboleggiano a quel punto l’innocenza perduta. Nel terzo sogno Sara porge a Isak uno specchio, dove poter vedere la sua vecchiaia, dicendogli “Isak, caro, le fragole ormai sono finite”. Nello stesso incubo, il professore bussa poi alla porta di casa ma viene ad aprirgli un severo insegnante che lo conduce in una classe e lo interroga contestandogli le risposte e dandogli dell’incompetente. Lo accusa infine di egoismo ed incomprensione e gli infligge come condanna la solitudine. Solo l’ultimo sogno sarà più tranquillo, segno che il protagonista ha trovato in un certo senso la pace interiore dopo un percorso malinconico di ricordi e ripensamenti.

Del resto, è lo stesso viaggio da Stoccolma a Lund ad essere una metafora sulla vita. Le persone che Isak e Marianne (Ingrid Thulin) incontrano per strada, fanno ripensare al vecchio professore i suoi errori e i suoi rapporti con gli altri che lo hanno reso in fondo, una persona terribilmente sola. I tre giovani spensierati autostoppisti, tra i quali emerge Sara, una ragazza che tanto ricorda l’amata di Isak (e che è interpretata sempre dalla Andersson); i coniugi Alman (Gunnar Sjöberg e Gunnel Broström), una coppia litigiosa che fa tornare in mente al protagonista il tormentato rapporto con la moglie morta da tempo; la visita alla vecchia madre, che simboleggia la Morte (è in questo momento che Isak rivede l’orologio senza lancette, un vecchio ricordo mostratogli dalla donna).

Ottime le interpretazioni nella pellicola, a cominciare da quella del navigato Victor Sjöström, di professione regista prima ancora che attore, la cui carriera ha avuto proprio con il film di Bergman il suo picco più alto. Egli è perfetto nel rendere appieno la personalità e il tormento dell’anziano professore, un egoista e misantropo per sua stessa definizione all’inizio del film: “I nostri rapporti con il prossimo si limitano per la maggior parte al pettegolezzo a una sterile critica dell’altrui comportamento, questa constatazione mi ha lentamente condotto a isolarmi dalla cosiddetta vita sociale e mondana. Le miei giornate trascorrono in solitudine e senza troppe emozioni. Ho dedicato la mia esistenza al lavoro e di ciò non mi rammarico affatto (…). Sono un vecchio cocciuto e pedante e questo fatto rende la vita difficile sia a me che alle persone che mi stanno vicine”. E’ il ritratto di un uomo che ha avuto successo nel suo lavoro, che è ammirato per questo, ma che non ha avuto soddisfazioni nella vita, che non ha vissuto appieno e che, ormai prossima alla sua fine, gli appare così terribilmente vuota. Una storia che sembra ripetersi tale e quale nella persona di suo figlio Evald (Gunnar Björnstrand), sposato con la forte e testarda Marianne, dalla quale non vuole figli (“La vita è una cosa assurda, ed è bestiale mettere al mondo dei figli con la sciocca speranza che potranno vivere meglio di noi”).

Il personaggio femminile interpretato da Ingrid Thulin, in crisi col marito di cui non sopporta più l’egoismo e l’insensibilità, non nasconde la sua antipatia per il suocero all’inizio del viaggio: “Lei non è altro che un vecchio egoista: non ha riguardo per nessuno, e in vita sua non ha ascoltato che se stesso. Si cela dietro una maschera, un paravento di bonarietà e di modi molto raffinati, ma è solo un perfetto egoista. Anche se tutti La definiscono “l’amico dell’umanità”, noi che La conosciamo da vicino sappiamo chi è, e non ci può ingannare”. Tuttavia, proprio le riflessioni, gli incubi e gli incontri fatti in questo percorso, permetteranno a Isak e a sua nuora di conoscersi meglio, di avvicinarsi e di aprirsi reciprocamente e, forse, porteranno anche ad una riappacificazione tra lei e Evald, come si lascia intendere nel finale. Da citare, nel cast, anche uno degli attori più utilizzati da Bergman, il grande Max von Sydow, che fa una breve apparizione nel ruolo del benzinaio Henrik Åkerman.

Opera fortemente introspettiva, Il posto delle fragole ci trasmette alla perfezione – soprattutto attraverso le immagini oniriche – gli stati d’animo del protagonista e il suo tormento personale per una vita spesa nel freddo distacco dagli affetti. Un viaggio catartico che lo condurrà alla sua tardiva, ma sincera riappacificazione con sé stesso e con gli altri. Quello di Bergman è un messaggio sulla vita e sulla morte, un incoraggiamento all’amore e alla redenzione e al ripensamento degli errori che possono condizionare la nostra esistenza.

Titolo originale: Smultronstället

Anno: 1957

Paese: Svezia

Durata: 91

Colore: B/N

Genere: Drammatico

Regista: Ingmar Bergman

Cast: Victor Sjöström; Ingrid Thulin; Bibi Andersson; Gunnar Björnstrand; Gunnar Sjöberg; Björn Bjelfvenstam; Max von Sydow

Valutazione: 5 su 5 – Capolavoro

 

Luca Paccusse