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James Bond: Che cosa sono le bandierine nere?

Assistente: Agenti che sono stati liquidati, signore. Finlandia: pugnalato in una sauna riservata alle signore. Madrid: morto in un incendio di una casa chiusa. Tokyo, signore: sgozzato nella casa di una geisha.

James Bond: Doloroso che la locuzione agente segreto sia diventata sinonimo di donnaiolo. A proposito, dov’è il mio omonimo?

Assistente: Abbiamo dovuto cancellarlo dalle nostre liste. E’ passato alla televisione.


Sentite, non mi potete ammazzare, io… io non sto bene in salute da qualche tempo, e il medico dice che non devo farmi attraversare da pallottole per nessuna ragione…” (Jimmy Bond/Woody Allen al plotone di esecuzione)


Sir James Bond, ritiratosi nella sua villa a curare rose nere e a strimpellare Debussy, viene contattato dai maggiori servizi segreti del mondo (CIA, MI6, KGB, Deuxième Bureau) che gli chiedono a gran voce di tornare in servizio. Infatti, la SMERSH, un’organizzazione che minaccia il mondo, sta dando seri problemi ai servizi segreti dal momento che gli agenti scompaiono in modo misterioso in ogni parte del globo, minacciando l’estinzione di un’intera categoria di professionisti del settore. Bond torna allora in azione, ribattezzando tutti i rimanenti agenti dell’MI6 col nome di “James Bond 007” allo scopo di confondere la SMERSH. Verranno arruolati uomini, donne (tra cui Mata Bond, la figlia avuta da Mata Hari), giocatori di baccarà, e tanto altro ancora in un calderone che nel finale si rivelerà “esplosivo”.

Negli anni Sessanta, nel bel mezzo della serie cinematografica di successo che vedeva protagonista Sean Connery nei panni di James Bond, il produttore inglese Charles Feldman decise di fare concorrenza ai film della United Artists realizzando una sorta di presa in giro dell’agente segreto più famoso del momento.

Così arruolò cinque registi (John Huston, Val Guest, Ken Hughes, Joseph McGrath, Robert Parrish) e una serie di attori di grosso calibro di cui alcuni già affermati e altri che stavano prepotentemente emergendo in quegli anni: da Peter Sellers a David Niven, da Orson Welles a Ursula Andress (prima bond girl in Licenza di uccidere), da Woody Allen a Deborah Kerr, da Jacqueline Bisset a Barbara Bouchet, coinvolgendo per alcuni cameo alcuni grandi attori del cinema americano ed europeo come William Holden, Peter O’Toole, Jean-Paul Belmondo, Charles Boyer e George Raft e lo stesso regista John Huston nella parte di M, direttore dei servizi segreti britannici. Il film venne intitolato Casino Royale (in Italia uscì come James Bond 007 – Casino Royale) perché tratto dall’omonimo romanzo del creatore di James Bond, Ian Fleming che fino a quel momento non era stato portato sul grande schermo (solo nel 2006 ne è stata realizzata una pellicola, col nuovo 007 Daniel Craig).

L’unica parte del romanzo che non viene ribaltata dalla parodia è l’episodio della partita di baccarà al casinò, che vede sfidarsi il James Bond di turno, l’esperto giocatore Evelyn Tremble (Peter Sellers) con l’agente della SMERSH Le Chiffre (Orson Welles). Tutto il resto è un rovesciamento dei cliché della saga cinematografica di 007 con James Bond (David Niven) che è un autentico gentlemen, tartaglia quando parla, e ormai non ci tiene ad affascinare il gentil sesso, ma anzi è refrattario a farsi toccare dalle bellezze di turno.

Molte le pecche e pochi i meriti di questo film.  La pellicola è infatti fortemente permeata da una discontinuità eccessiva, sia nella narrazione che nelle trovate comiche non sempre all’altezza delle aspettative. Si può affermare che non ci si annoia, ma non perché si rida instancabilmente ma perché in alcuni momenti le scene e i cambi di situazione si susseguono in modo talmente veloce che risulta difficile assaporare la storia. I ritmi frenetici non sono un difetto in se’ ovviamente, ma lo diventano nel momento in cui non c’è un sufficiente raccordo tra loro. Esempio evidente di quanto sarebbero stati importanti una certa logicità e continuità nella narrazione cinematografica, oltre che un montaggio adeguato, Casino Royale di certo non è stato favorito dalla regia multipla. Infatti, non essendo ben distinti tra loro, i cinque episodi avrebbero dovuto essere amalgamati con un maggiore sforzo. Invece in molti punti del film risalta una frammentarietà che in qualche modo disturba il ritmo sequenziale a favore di un mix di situazioni, battute, gag e personaggi anche divertenti, che se gestite meglio avrebbero potuto porre il film su un altro livello, ma che al contrario vengono mal digeriti dallo spettatore nel complesso. Anche la lavorazione, come si può ben immaginare, non fu del tutto semplice, tanto da far dire a Woody Allen, (che nel film è Jimmy Bond, nipote di James): “Casino Royale è un manicomio!”.

Tra le poche cose da salvare: la colonna sonora firmata da Burt Bacharach (compresa la canzone “The Look of Love” cantata nella versione originale da Dusty Springfield) e il cast davvero notevole. E’ quasi un peccato che tanti grandi attori abbiano partecipato ad un film che, pur con una buona idea di fondo – la parodia – si rivela insufficiente nel suo complesso. D’altra parte sono proprio questi attori a reggere la baracca, a non farci annoiare troppo e a renderci maggiormente godibile il film. Insomma, una mezza stella in più Casino Royale se la guadagna certamente per queste ultime considerazioni, ma per evitarvi inutili perdite di tempo non ve lo consigliamo troppo, a meno che non siate curiosi di vedere in azione un cast unico in un film solo a tratti comicamente efficace.

Titolo originale: Casino Royale

Anno: 1967

Paese: Gran Bretagna

Durata: 130

Colore: Colore

Genere: Commedia/Spionaggio

Regista: John Huston; Val Guest; Ken Hughes; Joseph McGrath; Robert Parrish

Cast: David Niven; Peter Sellers; Ursula Andress; Orson Welles; Joanna Pettet; Woody Allen; Daliah Lavi; Deborah Kerr; William Holden; Charles Boyer; Barbara Bouchet; Jacqueline Bisset

Valutazione: 2 ½ su 5 – Mediocre

Luca Paccusse

 

“Prendete qualsiasi sentiero vi piaccia. Nove volte su dieci vi condurrà all’acqua. L’acqua ha qualcosa di magico che strappa gli uomini alla terra e li conduce oltre le colline, ai torrenti, ai fiumi, fino al mare. Il mare, dove ciascuno, come in uno specchio, ritrova sé stesso.” (Ismaele)

“Dal cuore dell’inferno, io ti trafiggo! In nome dell’odio, sputo il mio ultimo respiro su di te, o maledetta bestia!” (Capitano Achab)

TRAMA

Il giovane marinaio Ismaele, giunto a Nantucket in cerca di lavoro, si imbarca sulla baleniera “Pequod” insieme al suo amico indigeno Qeequeg. La nave è guidata dal folle capitano Achab, tormentato dal ricordo dell’aggressione subita anni prima da parte di Moby Dick, a cui deve la perdita di una gamba. L’intero equipaggio finirà coinvolto nella tragica caccia al bianco capodoglio di cui Achab vuole vendicarsi ad ogni costo.

 

 

SINTESI

Film dal forte gusto avventuroso e dalla possente messa in scena, Moby Dick la balena bianca è una buona trasposizione su celluloide del noto romanzo di Melville. Nonostante le difficoltà inerenti al processo di conversione di un testo letterario tanto ricco e complesso, Huston realizza  una pellicola epica e avvalorata dalle interpretazioni di un grande cast.

 

APPROFONDIMENTO

“Chiamatemi Ismaele”. Si apre in questo modo il celeberrimo racconto di Moby Dick, scritto dallo statunitense Herman Melville e pubblicato per la prima volta nel 1851 con il titolo originale The Whale. Un incipit straordinario, tra i più noti e meglio riconoscibili nell’ambito della letteratura contemporanea, il quale lascia già intuire la forma grave e solenne di un romanzo dall’incommensurabile valore artistico, non privo peraltro di una sua invidiabile ironia. Benché la vicenda monomaniaca che oppone il capitano Achab al titanico esemplare di capodoglio albino sia comunemente risaputa nel suo svolgimento, nonché facile a descriversi di per sé stessa, la fruizione dell’opera rimane nel complesso una sfida ardua ed appagante: il punto di forza del lavoro di Melville, ciò che lo rende un autentico Capolavoro, va individuato nel fatto che l’autore non si limita a narrare la semplice storia di una logorante ossessione, ma si spinge oltre i confini ordinari dell’esperienza umana avventurandosi egli stesso nel  mare aperto dell’ignoto, per realizzare così una coraggiosa e  sconcertante meditazione su grandi temi di natura etica, scientifica, religiosa, filosofica, artistica. Lo scrittore americano, dimostrando  una completa padronanza del mezzo letterario, sigla un romanzo multiforme e stratificato, ricco di approfondimenti e digressioni,  stilisticamente innovativo e destinato a fare da precursore al modernismo di inizio Novecento (con riferimento soprattutto a James Joyce).

Moby Dick è stato oggetto di diversi tentativi di trasposizione cinematografica (a cui occorre aggiungere alcune modeste versioni diffuse solo sul circuito televisivo): i primi due, risalenti all’epoca del muto – Il mostro del Mare del 1926, e Moby Dick, il mostro bianco del 1930 – appaiono di scarso interesse, principalmente a causa del fatto che deviano non poco dai toni e dalle situazioni del racconto originale; molto più fedele e rilevante appare invece la successiva, terza versione del 1956, diretta da un regista dalla mano sapiente e dallo sguardo acuto come John Huston. Prendendo atto dell’oggettiva impossibilità di rappresentare sullo schermo quel fitto intreccio di allegorie, riflessioni, approfondimenti tematici, che rendono la fonte letteraria tanto affascinante, il film risponde alla sfida concentrandosi sulla ricostruzione di una densa atmosfera, ottenuta sia drammatizzando la dimensione dell’eterno conflitto tra il capitano del “Pequod” e l’enorme capodoglio, sia enfatizzando  i risvolti psicologici dei personaggi di maggior spicco, senza per questo rinunciare mai al gusto più squisitamente scenico ed avventuroso del racconto. Le due ore della visione regalano infatti un’esperienza il cui ritmo ha il merito di risultare sempre e perfettamente sostenibile, per poi decollare nella  travolgente conclusione che dischiude un vortice tecnico-narrativo dal sicuro impatto emozionale. Fondamentale, in tal senso, l’apporto fornito dagli ottimi dialoghi, dalla fotografia di Oswald Morris, che impressiona sequenze marinaresche di indubbia efficacia, e dagli effetti speciali i quali, pur risultando facilmente datati agli occhi dello spettatore odierno, offrono comunque uno spettacolo godibile grazie soprattutto alle gigantesche proporzioni del bianco esemplare di leviatano che dà il titolo all’opera.

Una nota di merito particolare va poi dedicata  all’ interpretazione dei protagonisti: se in generale il livello di recitazione va ad attestarsi su livelli esemplari, esso riesce addirittura a sfiorare vette di eccellenza per quanto riguarda la tragica figura del capitano Achab, resa da un Gregory Peck quanto mai truce e statutario, e quella del comprimario Leo Genn, che veste in modo assai convincente i panni del timorato Starbuck, primo ufficiale a bordo del  “Pequod”; impossibile, infine, non citare il breve ma indimenticabile sermone di Padre Mapple, impersonato dall’istrionico Orson Welles il quale, durante la funzione domenicale, rammenta l’episodio biblico di Jonah parlando agli astanti dall’alto di un pittoresco pulpito scolpito a forma di nave (la cui realizzazione risulta molto vicina al testo di Melville). Complessivamente, il lavoro di Huston appare intelligente e rigoroso, indubbiamente meritevole:  consapevole delle specificità mediali che rendono impossibile citare le impressionanti digressioni presenti nella versione letteraria, il regista non ha tuttavia sacrificato la correttezza filologica del racconto originale, confezionando un’opera tanto solida quanto affascinante, capace di offrire ancor oggi un buon intrattenimento avventuroso dall’ampio ed epico respiro.

 

Titolo originale: Herman Melville’ s Moby Dick

Anno: 1956

Paese: USA

Durata: 116

Colore: Colore

Genere: Avventura

Regista: John Huston

Cast: Gregory Peck; Leo Genn; Richard Basehart; Friedrich von Ledebur; Edric Connor; Orson Welles.

Valutazione: 4 su 5 – Buono

Davide “Vulgar Hurricane” Tecce