Posts contrassegnato dai tag ‘monster movie’

“Un giorno navi spaziali ci porteranno su altri pianeti. Come potrà l’uomo sopravvivere su quei pianeti? La loro atmosfera sarà diversa, la pressione diversa. Con lo studio di queste ed altre specie,  scopriremo le leggi sull’evoluzione della vita e del suo adattamento all’ambiente. E allora, forse, potremo insegnare agli uomini come adattarsi ai nuovi mondi del futuro.” (Dr. David Reed)

Capitano Lucas: I miei uomini la chiamano la laguna nera:  è un paradiso. Soltanto dicono che nessuno è mai tornato indietro per descriverlo.

TRAMA

In seguito alla scoperta di un fossile preistorico completamente sconosciuto, un gruppo di biologi organizza una spedizione scientifica lungo il Rio delle Amazzoni. Giunti nelle acque di una laguna incontaminata, essi si imbattono in una sorprendente creatura metà umana e metà anfibia. Gli studiosi provano a catturarla ma il mostruoso animale riesce a fuggire, seminando il panico a bordo e rapendo la bella dottoressa Kay.

 

 

SINTESI

Il mostro della laguna nera è un elegante monster movie ad ispirazione fantascientifica. La regia di Jack Arnold, uno degli indiscussi padri del genere, dimostra grande abilità nel combinare insieme stili e linguaggi della più diversa provenienza, dall’horror al romantico sino all’avventura, confezionando una pellicola dal ritmo piacevole e dall’ottimo comparto tecnico. L’aspetto più significativo dell’opera è rappresentato in ogni caso dalla raffigurazione del mostro, Gill-Man, divenuto presto una delle più celebri creature hollywoodiane e destinato a trasformarsi nell’emblema di un cinema che cominciava, coraggiosamente, a schierarsi dalla parte del “diverso”.

 

APPROFONDIMENTO

L’espressione monster movie è stata coniata per indicare uno dei sottogeneri più longevi e fecondi della settima arte. Sorto con Der Golem di Paul Wegener (1915), questo particolare filone cinematografico ha visto il proprio destino legarsi originariamente agli sviluppi narrativi maturati sia in ambito horror (Nosferatu, Il fantasma dell’opera, Dracula, Frankenstein, Freaks, La mummia, L’uomo lupo…) che in quello avventuroso (Il mondo perduto, King Kong), venendo in tal modo a fornire, attraverso la figura fantastica del “mostro”, una rappresentazione suggestiva e tangibile della grandi paure umane, quali ad esempio quelle del sovrannaturale, della diversità, della depravazione morale, della ribellione della creatura nei confronti del creatore, della natura indomabile che soverchia i simboli della civiltà.

A partire poi dagli anni Cinquanta,  con la nascita della science fiction si sono aperti nuovi spazi tematici e nuove modalità espressive che hanno contribuito ad arricchire notevolmente la concezione classica dei monster movie. Animata dall’intento di raffigurare mondi “altri e sconosciuti” (allo scopo però di indagare sulla realtà della condizione umana), la fantascienza ha attribuito un importanza centrale all’immagine dell’alieno, facendola assurgere a rinnovata incarnazione dell’antica idea di mostruosità, e donandole una serie di significati fino a quel momento inconcepibili: l’extraterrestre, infatti, sebbene nella maggior parte dei casi continuasse a venire dipinto con fattezze deformi e spaventose (così personificando gli aspetti orrendi ed angoscianti del clima postbellico), cominciò in alcune particolari produzioni ad essere guardato in modo più maturo e tollerante, diventando il nucleo di una descrizione che cercava per la prima volta di superare gli schemi tipici dell’epoca, con l’obiettivo di portare sullo schermo valori ed elementi che manifestassero una timida ma pur positiva benevolenza nei suoi confronti. Ciò fece sì che la sua figura extra-ordinaria potesse ad esempio rispecchiare la varietà inesauribile delle forme della natura, la meravigliosa fantasia del cosmo, ma soprattutto che desse parola -proprio grazie alla “diversità” costitutiva dell’alieno- ai punti di vista e alle voci fuori dal coro che solo nel mondo cinematografico (e più in generale artistico) potevano recuperare quegli spazi di espressione che venivano loro negati da una società chiusa ed afflitta da soffocanti discriminazioni di natura etnica, politica, culturale. In tal senso, la visione del mostro assunse una valenza progressista i cui sviluppi avrebbero condotto direttamente al modello  trionfante nel cinema di fantascienza degli anni Settanta, ossia quello di una civiltà extraterrestre ritratta non più come terribile minaccia, bensì quale portatrice di un messaggio di ottimismo, di pace, di speranza, a cui l’umanità medesima avrebbe dovuto ispirarsi per il suo miglioramento o, addirittura, per la sua sopravvivenza.

Il mostro della laguna nera costituisce senza dubbio una delle pellicole più celebri  e rilevanti tra quelle che avviarono l’opera di profondo ripensamento della concezione tradizionale del mostro, spalancando le porte alla successiva evoluzione del genere di science fiction. D’altronde, a dirigere il film nel 1954 fu nientemeno che Jack Arnold, uno dei grandi maestri della categoria, autore di autentiche perle come Destinazione Terra (1953), Tarantola (1955) e Radiazioni BX distruzione uomo (1957) – a tutt’oggi considerati, nel settore, tra i migliori prodotti del decennio. Il primo motivo di importanza del film deve essere anzitutto individuato proprio nel fatto che il regista fornisce un’immagine del mostro alquanto insolita ed innovativa: la creatura che emerge dalle acque della laguna amazzonica non incarna infatti il simbolo di una malvagità assoluta ed incontrovertibile, ma è solo un animale che protegge il proprio territorio di vita e di caccia. L’ostilità con cui egli si oppone agli invasori non è poi tanto distante da quella che caratterizza la gran parte delle specie viventi, e risulta certamente più comprensibile e legittima del comportamento violento adoperato dall’uomo stesso, ossia il vero aggressore, colui che, nel migliore dei casi, intende prelevare il curioso essere per sottoporlo ad approfonditi studi (questa è l’intenzione degli scienziati) e, nel peggiore, per sfruttarlo a puro scopo di lucro (come vorrebbe il finanziatore della spedizione). In tal modo il “diverso” non viene più ritratto come una realtà di per sé minacciosa e negativa, poiché questa  percezione è semmai solo il frutto della prospettiva dello sguardo umano sul mondo, uno sguardo che è parziale e limitato. Arnold introduce dunque l’elemento innovativo e sostanziale del punto di vista, operando un rovesciamento critico dello stereotipo del mostro: non a caso durante la pellicola uomo e bestia si alternano ininterrottamente nei ruoli ora di cacciatore, ora di preda, così come non è casuale l’ attrazione provata dalla creatura nei confronti della dottoressa Kay (interpretata dalla radiosa Julie Adams), un elemento, questo, capace di far assumere al mostro un aspetto straordinariamente caldo ed umano, e dal quale emerge  evidente il legame con il soggetto fiabesco de La bella e la bestia (già sviluppato nel precedente King Kong del 1933).

In secondo luogo, un altro grande merito dell’opera risiede nell’abilità con cui la direzione artistica riesce ad allestire una messa in scena robusta e proteiforme, attraversata da un continuo ed efficace scambio di registri stilistici: nel corso dei 79 minuti della visione si passa con disinvoltura dall’horror al romantico, dalla fantascienza all’avventura, dal thriller all’erotico, col risultato di dar vita ad una produzione caratterizzata da una forte identità e da un ritmo sostenuto. Fondamentale, a tal proposito, si dimostra l’apporto della splendida fotografia di William E. Snyder, capace di valorizzare al meglio le spettacolari riprese sottomarine, nonché l’originalità della cornice esotica, che dona al film un’atmosfera tanto insolita quanto suggestiva. Occorre peraltro sottolineare che Il mostro della laguna nera fu tra i primi titoli a sfruttare la tecnologia 3D al momento della sua uscita nelle sale. Per quanto riguarda la composizione del cast, la galleria dei personaggi non si discosta molto dagli stereotipi del genere, ciononostante l’interpretazione degli attori appare solida e convincente. Una nota del tutto speciale va poi rivolta a quello che è il vero fulcro della pellicola, ossia il mostro stesso. Soprannominato Gill-Man (letteralmente “uomo-branchia”), esso è presto divenuto una delle icone più popolari e carismatiche della storia hollywoodiana, andando incontro ad un successo straordinario che lo ha fatto entrare nel mito. Per la realizzazione della suo aspetto gli autori si ispirarono ad una leggenda che raccontava dell’esistenza di pesci umanoidi nella regione dell’Amazzonia. La preparazione del costume si rivelò piuttosto lunga e complessa, tanto da richiedere diversi mesi per disegnare i bozzetti (ad opera di Millicent Patrick), scegliere i materiali e costruire la tuta (frutto delle fatiche di Bud Westmore). Alla fine venero prodotti due diversi costumi in lattice, poiché due furono gli attori incaricati di impersonare la creatura: l’imponente Ben Chapman per le sequenze in superficie, e l’agile Ricou Browning per quelle subacquee. La figura di Gill-Man ispirò due immediati sequel, La vendetta del mostro (1955, sempre di Jack Arnold) e Il terrore sul mondo (1956, diretto da John Sherwood), ed è stata oggetto nel corso degli anni a numerose citazioni anche al di fuori del circuito cinematografico e televisivo (ad esempio nell’ambito di romanzi, fumetti e videogiochi -senza peraltro considerare gli innumerevoli casi di merchandising diretto).

Il mostro della laguna nera rappresenta una delle tappe immancabili nell’itinerario del cinema di science fiction degli anni Cinquanta. Coniugando insieme intrattenimento e riflessione, il film di Arnold riesce a preservare l’intento commerciale dei produttori senza nulla togliere allo spazio dedicato alle convinzioni personali dell’autore, assicurando nel complesso uno spettacolo ricco di metafore e sottotesti culturali il quale non potrà che far gioire tutti gli appassionati dei monster movie e, più in generale, del cinema horror e fantascientifico. Un piccolo grande cult che non va assolutamente sottovalutato.

Titolo originale: Creature from the Black Lagoon

Anno: 1954

Paese: USA

Durata: 79

Colore: B/N

Genere: Fantascienza

Regista: Jack Arnold

Cast: Richard Carlson; Julie Adams; Richard Denning; Nestor Paiva; With Bissel; Ben Chapman; Ricou Browning.

Valutazione: 3 ½ su 5 – Discreto

Davide “Vulgar Hurricane” Tecce

Annunci

 

“L’uomo invisibile può conquistare il mondo. Nessuno lo vede quando arriva e quando se ne va. Può ascoltare qualsiasi segreto, può rubare, distruggere, uccidere!” (Jack Griffin)

“Volevo fare qualcosa di straordinario, ottenere quello che gli uomini di scienza sognano da quando esiste il mondo. Avere ricchezza, fama, onore. Mettere il mio nome davanti a quello dei più grandi scienziati di tutti i tempi! Io invece ero un uomo troppo povero… e non avevo nulla da offrirti, Flora. Ero solo un povero chimico che lottava per emergere.” (Jack Griffin)

 

TRAMA

Il giovane e ambizioso scienziato Jack Griffin acquista il potere dell’invisibilità iniettandosi un composto chimico di sua invenzione. La geniale scoperta lo costringe tuttavia ad una vita da reietto: assediato dalla curiosità morbosa della gente, frustrato dai vani tentativi di trovare un antidoto, l’uomo impazzisce e trasforma la sua invisibilità in una minaccia per il mondo intero, dichiarando guerra alle autorità con lo scopo di instaurare un autentico regno del terrore.

 

 

SINTESI

Tratta dall’omonimo romanzo di H.G. Wells, L’uomo invisibile (1933) è una pellicola di ottima fattura che conferma le sue notevoli qualità tecniche e narrative anche a distanza di tanti anni. L’abilità registica di Whale e la straordinaria interpretazione di Rains hanno confezionato un’opera capace ancora oggi di stupire e affascinare qualsiasi tipo di pubblico, conquistandolo sia con l’effervescente mistura di horror e commedia, che con l’eccellente resa degli effetti speciali curati da Fulton. Il risultato è un film entusiasmante la cui visione resta irrinunciabile per ogni appassionato del buon cinema.

 

APPROFONDIMENTO

Herbert George Wells, padre fondatore del genere fantascientifico insieme a Jules Verne, scriveva il celebre The invisibile man nel 1897, facendone un’opera la quale -analogamente agli altri esponenti della sua ampia ed eccelsa produzione letteraria- risultava capace di fondere insieme istanze di diversa provenienza: l’elemento immaginifico dell’invisibilità; l’analisi del progresso scientifico-tecnologico (qui raffigurato attraverso gli sviluppi della chimica); l’indagine psicologica (le conseguenze della straordinaria invenzione sulla mente ed il comportamento dell’uomo); la riflessione sociale (lo sconvolgimento dei rapporti tra individuo, autorità e collettività). Il risultato complessivo arrivava così a tracciare un drammatico percorso di degenerazione fisica e morale, tipico della modernità, e gettava sul futuro dell’essere umano uno sguardo inquieto che a tutt’oggi nulla ha perso della sua attrattiva e lungimiranza.

Quando, molti anni più tardi, venne maturando l’idea di realizzare la trasposizione cinematografica del romanzo, l’impresa si preannunciava piuttosto complessa, soprattutto considerando il disappunto che lo stesso Wells aveva avuto modo di manifestare nei confronti di alcuni precedenti tentativi di raccontare sul grande schermo i suoi capolavori (come era accaduto con L’isola delle anime perdute del 1932, mediocre adattamento del suo noto romanzo The island of Dr. Moreau). Fortunatamente questa volta l’esito del trasferimento mediatico si dimostrò ben più meritevole: L’uomo invisibile costituisce infatti non solo una conversione su pellicola all’altezza dell’originale, ma anche uno dei risultati più suggestivi ed appassionanti mai raggiunti in ambito fantascientifico, un’opera il cui valore e il cui fascino si sono conservati intatti nel corso degli anni. Tra gli innumerevoli punti di forza del film è da  segnalare in primo luogo l’abile regia di James Whale, giovane cineasta di origini inglesi che era emigrato a Hollywood qualche anno prima firmando alcuni horror di grande successo, come Frankenstein (1931) e Il castello della paura (1932). Avvalendosi della solida sceneggiatura fornita dall’opera originaria di Wells, la direzione tecnica di Whale ha potuto concentrarsi sulla ricostruzione di una suggestiva atmosfera  e sulla creazione di un meccanismo narrativo alquanto efficace, caratterizzato da un ritmo incombente il quale alterna con sapienza elementi di commedia ed ironia, ad altrettante scene di più cupa e drammatica tensione.

L’interpretazione di Claude Rains, attore britannico proveniente dal mondo teatrale che qui veste i panni (scomodi) del folle scienziato protagonista, appare d’altronde non meno rilevante ed  incisiva. La scelta ricadde su di lui soprattutto per volontà del regista stesso, laddove invece la casa di produzione Universal avrebbe preferito ricorrere a  Boris Karloff (il quale già due anni prima aveva vestito i panni del mostro nel film Frankenstein). L’intuizione di Whale si dimostrò quanto mai azzeccata: alla sua seconda prova sul grande schermo, Rains riuscì a vincere una tra le scommesse più difficili della sua professione, quella di dover conquistare l’attenzione del pubblico senza tuttavia poter mai apparire fisicamente; grazie al forte senso della presenza scenica (frutto delle passate esperienze sul palco), all’indimenticabile risata beffarda, alla voce sprezzante, egli ha conferito a Griffin quella consistenza e quella palpabilità che hanno fatto di lui uno dei più convincenti villains della storia, capace di suscitare nello spettatore sentimenti in perenne bilico tra avversione, paura, e compassione. Anche il resto del cast si dimostra all’altezza: da William Harrigan (il dottor Arthur Kemp) a Una O’Connor (la spassosa signora Hall), da Henry Travers (il dottor Cranley) alla bella Gloria Stuart (la futura Rose “anziana” del Titanic di Cameron, che qui impersona Flora, la donna amata da Griffin), nessuno di loro delude le aspettative.

Anche il resto del cast si dimostra all’altezza: da William Harrigan (il dottor Arthur Kemp) a Una O’Connor (la spassosa signora Hall), da Henry Travers (il dottor Cranley) alla bella Gloria Stuart (la futura Rose in versione “anziana” del Titanic di Cameron, che qui impersona Flora, la donna amata da Griffin), nessuno di loro delude le aspettative. A completare il quadro d’eccellenza intervenne infine uno dei maggiori tecnici nella storia degli effetti speciali, il maestro John P. Fulton, chiamato, non a caso, “l’uomo dei mostri” per aver curato il look di alcune tra le più spaventose comparse hollywoodiane, tra le quali meritano di essere ricordate la mummia, la moglie e il figlio della creatura di Frankenstein, Dracula, l’uomo lupo e, appunto, l’uomo invisibile. A lui va il merito di aver realizzato una serie di trucchi tanto validi ed ingegnosi da risultare ancora oggi stupefacenti e persuasivi. Pur a distanza di quasi ottanta anni, L’uomo invisibile costituisce dunque una pellicola godibile e soddisfacente, che conquista e appassiona lo spettatore senza per questo dover rinunciare allo spessore di un intreccio più profondo, in grado di far riflettere sulle conseguenze che  si accompagnano all’ambizione e al progresso scientifico qualora essi risultino privi di uno sforzo, altrettanto energico, di elevazione morale. Non c’è dubbio che il film rappresenti un appuntamento impedibile per ogni amante della buona fantascienza, ciononostante la sua visione rimane caldamente consigliata anche a tutti i cultori del cinema in generale.

 

Titolo originale: The Invisible Man

Anno: 1933

Paese: USA

Durata: 71

Colore: B/N

Genere: Fantascienza

Regista: James Whale

Cast: Claude Rains; Gloria Stuart; William Harrigan; Henry Travers; Una O’Connor.

Valutazione: 4 su 5 – Buono

Davide “Vulgar Hurricane” Tecce

Pubblicato su Silenzio in Sala