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Davy: Ti amo.
Gloria: Mi ami? Che parola grossa…
Davy: Perché dici così? Perché?
Gloria: È un errore confondere la pietà con l’amore.

“È assurdo come delle volte, dopo essersi messo in qualche guaio, ci si ritrovi a pensare e a sforzarsi di ricordare come e perché ci si sia capitati”. (Davy Gordon)


New York. Davy Gordon è un pugile che vive da solo in un appartamento e ha come vicina di casa Gloria, una ragazza che vede sempre dalla finestra e che è pagata per ballare con i clienti in una sala da ballo. I due si conoscono solo di vista, ma quando Vinnie Raphael, il proprietario del locale presso cui lavora, tenta di violentare la ragazza, Davy interviene in suo aiuto e resta con le la notte. Nel giro di un paio di giorni i due, attratti reciprocamente, decidono di lasciare la città e ritirare i loro rispettivi stipendi. Recatisi entrambi al night club, dato che il boxeur ha dato appuntamento lì al suo procuratore, gli scagnozzi di Raphael uccidono proprio il procuratore scambiandolo per il Davy, ma ad essere ricercato per l’omicidio è quest’ultimo, mentre Gloria viene rapita e rinchiusa in uno scantinato.

Il bacio dell’assassino (titolo originale Killer’s Kill) è il secondo lungometraggio diretto da Stanley Kubrick, che segue Paura e desiderio. Le riprese di questo thriller – girato nel 1955 in soli 20 giorni ad un costo complessivo di 75.000 dollari – non furono facili, a causa degli scarsi finanziamenti (Kubrick era ancora un regista indipendente e vendette il film alla United Artists per un prezzo di poco superiore a coprire le spese) e della mancanza di permessi per girare in esterni a New York. Il grande regista, allora venticinquenne, dovette girare molte scene (quelle a Times Square) con la telecamera a mano, senza che nessuno se ne accorgesse. Nel cast è presente anche la compagna di Kubrick, Ruth Sobotka, ballerina del New York City Ballet, che interpreta la sorella di Gloria che danza, in uno dei tanti flashback di cui è composto il film.

La storia è molto semplice, piuttosto debole e gli attori principali (Jamie Smith, Frank Silvera, Irene Kane) non la supportano adeguatamente con la loro recitazione che non lascia certamente segni di rilevo forse anche a causa di una caratterizzazione abbastanza superficiale dei personaggi. La pellicola però è più che buona per la componente visiva, grazie alla bravura registica e fotografica di Kubrick che molto riprende dall’espressionismo e dal noir classico, per le tecniche di montaggio e per determinate inquadrature, tutti fattori  che permettono alla sua opera seconda di essere ricordata certamente per almeno due scene. Nella prima parte, quella in cui viene ripreso l’incontro di pugilato di cui è protagonista Davy. Riallacciandosi ad un suo precedente cortometraggio del 1951, Day of the Fight, il regista grazie alle angolazioni utilizzate e alla sua fotografia atmosferica, ci consegna una delle sequenze visivamente migliori del film che influenzeranno opere di altri registi, come Martin Scorsese per il suo Toro scatenato (1980).

L’altra scena rilevante è quella successiva all’inseguimento sui tetti di New York, quando verso la fine del film Davy e Raphael si scontrano nel magazzino dei manichini. Oltre alla valenza delle immagini, queste sequenze coi manichini hanno anche una loro carica simbolica, dato che in fondo, uno dei temi centrali del film è l’associazione uomo-marionetta. Come ci viene mostrato nei primi minuti del film attraverso il montaggio alternato, i due non si conoscono, ma svolgono vite parallele, simmetriche. Abitano uno di fronte all’altra, vivono da soli e sono pagati per far divertire, chi con la lotta e chi con la sua bellezza. Però entrambi sono degli strumenti, delle marionette appunto, o dei manichini, che vengono controllati da chi li paga. Del resto, in un altro momento, quando Gloria, che è stata appena soccorsa dal pugile, si addormenta nel suo letto, la macchina da presa subito dopo inquadra una bambola.

Del soggetto, così come della sceneggiatura e degli aspetti tecnici (fotografia e montaggio) se ne occupò lo stesso regista assieme allo sceneggiatore Howard O. Sackler. Killer’s Kiss, tra l’altro, sarà anche uno dei pochi  lungometraggi diretti da Kubrick ad avere un soggetto originale non tratto da un romanzo (insieme a Paura e desiderio e Spartacus) segno che forse, il grande regista newyorkese si trovava più a suo agio con storie già collaudate almeno su “carta”, che potessero però essere rivisitate per immagini in modo originale dando spazio al suo genio creativo che è soprattutto dovuto all’estetica, all’ecclettismo e alla magistrale ispirazione registica espresse negli anni e che ne hanno fatto uno dei capisaldi della settima arte.

Il suo secondo film insomma, non è all’altezza dei successivi per quanto riguarda il versante narrativo, ma tecnicamente è senz’altro di ottima fattura (calcolando anche gli impedimenti che ne condizionarono le riprese) e ci permette di intravedere alcune cose del Kubrick che tutti amano e che sarebbero venute fuori già con Rapina a mano armata e Orizzonti di gloria che possono contare del supporto di attori come Kirk Douglas, Sterling Hayden o Adolphe Menjou, di tutt’altro livello rispetto a quelli presenti nel cast di Killer’s Kiss.

Titolo originale: Killer’s Kiss

Anno: 1955

Paese: USA

Durata: 67

Colore: B/N

Genere: Thriller

Regista: Stanley Kubrick

Cast: Jamie Smith; Irene Kane; Frank Silvera; Jerry Jarret; Mike Dana; Ruth Sobotka

Valutazione: 3 su 5 – Sufficiente

Luca Paccusse

 

Charlie Newton: Io penso che in te ci sia una cosa che nessuno sa… Una cosa segreta e magnifica. Io la scoprirò.
Zio Charlie: Non è bene scoprire le cose altrui, Carla.

“Dormi placidamente tutte le tue notti, popolate di stupidi e puerili sogni di fanciulla. Io ti ho portato gli incubi!” (Zio Charlie)


Charlie Oakley, ricercato da due uomini a Philadelphia, si rifugia dalla sorella nella tranquilla cittadina californiana di Santa Rosa, facendo sembrare la sua una semplice visita alla famiglia dopo tanto tempo. Ad accoglierlo c’è anche una delle sue nipoti, Charlotte, chiamata Charlie, proprio come lui, che ha un’ammirazione profonda nei suoi confronti. L’arrivo dello zio Charlie infatti viene percepito da lei come una liberazione dalla noia e dalla monotonia che si respirano in casa e in città. La giovane non è la sola ad essere convinta della carica attrattiva dello zio, ma è tutta la famiglia e la cittadina che subiscono il suo fascino. Tuttavia alcuni comportamenti dello zio Charlie e concomitanti indagini da parte della polizia fanno sospettare sempre più alla nipote che l’uomo da lei idolatrato nasconda un terribile segreto.

Shadow of a Doubt, uscito nel 1943, è uno dei primi film girati da Alfred Hitchcock negli Stati Uniti, dopo il suo trasferimento dal Regno Unito. Scorrendo la sua filmografia appare evidente come questo noir possa essere considerato inoltre uno dei migliori tra i suoi primi titoli, anche se il “tocco alla Hitchcock” si vedrà maggiormente in altri film. In effetti l’ambientazione in una ridente e placida cittadina di provincia assieme allo sviluppo della trama fanno de L’ombra del dubbio un thriller atipico, che piacque molto anche ai più critici nei confronti degli altri lavori di Hitchcock e ai fautori della verosomiglianza. Lo stesso regista britannico considerava questo come uno dei suoi film preferiti, secondo la figlia Pat, “perché gli piaceva ambientare una situazione rischiosa in una piccola città”. Probabilmente anche perché in questo film vengono affrontati risvolti psicologici e comportamentali legati a sentimenti quali il sospetto, la fiducia e appunto, il dubbio. Tutto il film infatti, ruota attorno alla relazione tra lo zio Charlie (Joseph Cotten) e sua nipote Charlie Newton (Teresa Wright) uniti da un rapporto speciale e da un’affinità interiore evidenziata non solo dalla trepidazione con cui la ragazza aspetta l’arrivo dello zio in città come quello di un salvatore, ma anche da una serie di fattori che ci mostra il regista nel corso del film, a cominciare dal nome che i protagonisti hanno in comune. All’inizio del film, ad esempio, i due sono entrambi distesi sul letto in pieno giorno, lui a Philadelphia e lei a Santa Rosa, ma entrambi assorti nei loro pensieri. Un dualismo che si ripropone nel corso della pellicola attraverso una serie di cadenze narrative basate sulla cifra due, come notò a suo tempo Truffaut, il quale ne elencò quattordici, tra cui: i due nomi identici di entrambi i protagonisti, le due visite dei due poliziotti ai Newton, i due tentativi d’assassinio in casa, le due scene nella stazioncina ferroviaria, l’esistenza di due indiziati, uno a Ovest e l’altro a Est, senza contare l’uso delle ombre che raddoppiando gli stessi personaggi ne sottolineano la duplicità.

Questa duplicità, oltre ad essere evidenziata da Hitchcock attraverso le sue scelte stilistiche e narrative, è in realtà il filo conduttore di tutta la storia. Charlie, quando scopre che lo zio è “l’assassino delle vedove”, uno psicopatico che strangola le sue anziane vittime convinto così di liberare il mondo da quelle che egli considera “vedove grasse e golose”, assume una nuova consapevolezza, fino ad allora non conosciuta nel piccolo mondo in cui vive, e cioè quella del male che c’è nel mondo e che può essere presente anche tra i nostri cari. Proprio questo processo, porterà la ragazza dal provare sentimenti di ammirazione e amore quasi incestuoso nei confronti dello zio, al sospetto, alla repulsione e infine, al rifiuto che la spingerà, seppur involontariamente, ad eliminarlo (quasi a confermare che il male può presentarsi in ognuno di noi). Un epilogo che Hitchcock ricordava spesso citando la celebre frase di Oscar Wilde “Si uccide ciò che si ama”. Allo stesso tempo questo percorso interiore avviene di pari passo con la trasformazione di Charlie da adolescente a donna, alla scoperta dell’amore (quello vero) e delle responsabilità.

De L’ombra del dubbio va certamente ricordata la splendida prova di Joseph Cotten nel dare volto ad un cattivo che – come in pochi altri film hitchcockiani come Psyco e L’altro uomo – è il protagonista della storia. Mentre però Anthony Perkins in Psyco faceva la parte dello psicopatico più “tradizionale”, o comunque era più evidente la sua stranezza (caratterizzata anche dall’ambientazione nel motel sperduto), il personaggio interpretato da Cotten è il male che si insinua silenzioso nella provincia americana (visivamente raffigurato dal denso fumo nero che esce dalla locomotiva del treno da cui scenderà e che oscura tutto il marciapiede al suo arrivo nella stazione di Santa Rosa) e rappresenta tutto ciò che di diabolico si cela dietro la “normalità” e proprio per questo, a pensarci bene, risulta più inquietante. Lo zio Charlie è all’apparenza una persona distinta, un gentiluomo che seduce i cittadini di Santa Rosa come a suo tempo ha sedotto la nipote. Lo stesso spettatore, pur conoscendo la sua reale natura e il fatto che si tratti comunque di un killer psicopatico, non riesce ad essergli apertamente ostile, forse perché viene mostrato sempre nel suo aspetto “presentabile” e non in quello di assassino o perché, come disse lo stesso Hitchcock “i cattivi non sono tutti neri e i buoni tutti bianchi. Dappertutto si possono trovare dei grigi”, secondo una nuova nozione della personalità umana ampiamente diffusa dalla letteratura e dalla psicanalisi a cavallo tra Ottocento e Novecento e che avevano influenzato lo stesso regista.

La buona riuscita del film è dovuta anche alla sceneggiatura cui collaborò Thornton Wilder (già autore di un’opera teatrale di successo, Piccola città), commediografo fortemente voluto da Hitchcock, che insieme all’altra sceneggiatrice Sally Benson, rese bene l’atmosfera che si respirava in una placida cittadina americana di provincia, in questo favoriti anche dal fatto che il film venne girato completamente in esterni nella città di Santa Rosa utilizzando molti normali cittadini come interpreti secondari. Una rappresentazione credibile anche grazie ad alcune trovate ironiche che spezzano i momenti di suspence (caratterizzati spesso dal motivetto ricorrente della Vedova allegra di Ferenc Lehár), come la sequenza in cui il padre di Charlie, Joseph Newton (interpretato da Henry Travers) discute su come commettere un delitto con l’amico (quell’Hume Cronyn che molti ricorderanno per aver recitato, parecchi anni dopo, in Cocoon, l’energia dell’universo) ignari del fatto che in quel momento al loro stesso tavolo siede un vero assassino, lo zio Charlie.

Da evidenziare purtroppo come l’edizione italiana perda molto a causa del pessimo doppiaggio. Ad alcuni improbabili cadenze del Nord Italia infatti, si aggiunge l’evidente accento spagnolo dei nipoti dello zio Charlie. Il motivo è dovuto al fatto che il film fu doppiato in Spagna in piena seconda guerra mondiale, dove un gruppo di attori italiani era rimasto bloccato dopo gli eventi successivi all’8 settembre 1943. Non essendo presenti nel gruppo attori bambini, per doppiare i piccoli Edna May Wonacott e Charles Bates furono utilizzate voci spagnole. Nonostante in certe occasioni gli anni si facciano un po’ sentire, questo film va assolutamente posto in una ideale videoteca hitchcockiana per chi volesse effettuare un percorso cinematografico in compagnia del Maestro del brivido.

Titolo originale: Shadow of a Doubt

Anno: 1943

Paese: USA

Durata: 108

Colore: B/N

Genere: Thriller/ Noir

Regista: Alfred Hitchcock

Cast: Joseph Cotten; Teresa Wright; Macdonald Carey; Henry Travers; Patricia Collinge; Hume Cronyn

Valutazione: 4 su 5 – Buono

 

Luca Paccusse

 

Vivian Sternwood: Lei pensa sempre di poter trattare le persone come foche ammaestrate?
Marlowe: E in genere mi obbediscono.

Generale Sternwood: Ama le orchidee?
Marlowe: Non particolarmente.
Generale Sternwood: Sono orribili. La loro carne assomiglia troppo a quella umana e il profumo ha la putrida dolcezza della corruzione.


Il detective privato Philip Marlowe, viene ingaggiato dall’anziano generale Sternwood per scoprire chi è che ricatta la figlia minore Carmen per i suoi debiti di gioco. Allo stesso tempo deve fare luce sulla scomparsa del giovane Sean Regan, ex membro dell’Ira ed ex contrabbandiere, assunto da Sternwood per risolvere i problemi creati da Carmen e dalla figlia maggiore Vivian. Le due ragazze infatti, per stessa ammissione del padre “hanno tutti i vizi più ovvi, e inoltre qualcuno che si sono inventate loro”. Marlowe finirà per innamorarsi dell’affascinante Vivian mentre le indagini lo porteranno a scoprire una complessa serie di collegamenti tra ricattatori, bische clandestine, omicidi e altre attività illecite.

The Big Sleep (1946), diretto da Howard Hawks e tratto dall’omonimo romanzo di Raymond Chandler (pubblicato nel 1939 e primo di una serie di altre sei storie), è uno dei capolavori indiscussi del genere noir. Come la maggior parte dei film di questo tipo, a contare non è tanto la coerenza della trama in sé, come può essere invece necessario per un giallo. Anche perché da questo punto di vista la storia è intricatissima, forse una delle più complesse tra omicidi irrisolti, personaggi che si susseguono ed eventi che si legano tra loro senza respiro per lo spettatore. Il film risultò talmente complicato che nemmeno i protagonisti e il regista capirono appieno tutti i passaggi della trama. Lo stesso Chandler, quando gli fu chiesto da chi fosse stato ucciso l’autista degli Sternwood, non seppe rispondere. In una pellicola come questa però il fatto che le vicende siano così ingarbugliate non influisce più di tanto. Sono invece le atmosfere a farla da padrone, oltre ai personaggi, alle loro interazioni e ad una serie dialoghi memorabili. Gli ingredienti nel film diretto da Howard Hawks ci sono pressoché tutti.

Philip Marlowe, eroe solitario, si muove all’interno di un microcosmo popolato da inganni, crimini, mezze verità che si nascondono dietro la facciata della società. Un ambiente da cui ci mette in guardia il generale paraplegico (interpretato da Charles Waldron), attraverso le parole pronunciate all’interno della sua serra, quando affida l’incarico all’investigatore privato. Egli descrive le sue due figlie come piene di vizi, e parlando delle orchidee le descrive come troppo simili alla carne umana, con un profumo che “ha la putrida dolcezza della corruzione”. Marlowe deve fare i conti con queste insidie per compiere il suo lavoro. Il ruolo dell’investigatore privato creato da Chandler, calza perfettamente al grande Humphrey Bogart, qui in una delle sue performance più tipiche (come del resto si era dimostrato magistrale interpretando Sam Spade in Il mistero del falco). Il protagonista è centrale nell’azione, dato che è presente in quasi tutte le inquadrature, in una narrazione che lo segue passo passo, con pochi movimenti di macchina nell’attenta regia di Hawks.

Testardo, irriverente, incorruttibile, anche disilluso di fronte alla decadenza che pervade l’ambiente in cui opera: un duro che solo una donna – quella giusta però – potrebbe far ammorbidire. Non a caso il fascino del suo personaggio risulta evidente agli spettatori come ai personaggi femminili del film. Non passano due minuti di pellicola che una ragazza, la più giovane delle Sternwood, cade tra le braccia del protagonista, o meglio, come riferisce poco dopo Marlowe al vecchio generale riguardo al primo incontro avuto con la giovane: “l’ho incontrata all’ingresso: voleva sedersi sulle mie ginocchia mentre ero in piedi”. Nell’ordine le donne che vengono influenzate in un modo o nell’altro dalla presenza dell’investigatore privato interpretato da Bogart sono: Carmen Sternwood (Martha Vickers); sua sorella maggiore Vivian (una sensuale Lauren Bacall), che in realtà è anche l’unica ad essere baciata e a conquistare il cuore di Marlowe; la bionda commessa della biblioteca (“Lei non ha l’aria di un collezionista di prime edizioni” dice la donna, “Colleziono anche bionde sotto vetro” risponde il nostro); la libraia, che chiude a chiave la porta del negozio e che gli tiene compagnia mentre lui tiene d’occhio il presunto ricattatore Geiger dall’altra parte della strada; la tassista, che salutandolo gli dice “Se avesse bisogno di me chiami questo numero” aggiungendo “di notte è meglio. Di giorno lavoro”. Tante rappresentanti del genere femminile che in pochi secondi vengono catturate dal suo sguardo e dai suoi modi. Un lusso che pochi come Bogart potevano permettersi.

Come accennavamo poco fa, sarà solo una di esse a introdurre nel film qualche scena di sentimentalismo (e in questo l’opera di Hawks si discosta dal romanzo di Chandler, in cui Marlowe non può soffrire le due Sternwood), ma soprattutto il duo Bogart-Bacall – coppia anche nella vita – oltre a spezzare di tanto in tanto la solitudine del protagonista, è ricordato per i dialoghi e battibecchi vivaci (che  in certi punti rievocano il genere della screwball comedy), gli ammiccamenti, gli sguardi, la tensione erotica che si presenta quando si trovano insieme. Senza dimenticare diverse battute a doppi sensi, come la scena del ristorante, aggiunta in seguito, in cui i due mettono in scena questo dialogo: “Sa, i cavalli bisogna vederli al lavoro sul terreno. Certo Lei ha classe, però non so se resiste alla distanza…” dice Marlowe e Vivian risponde: “Molto dipende da chi ho in sella. Però devo dire che Lei ha l’aria di saperci fare: finora si è condotto ottimamente”.

Sono solo un paio delle tante frasi celebri (la sceneggiatura è di uno scrittore dal calibro di William Faulkner, coadiuvato da Leigh Brackett) che costellano questo film interpretato splendidamente, diretto senza iperboli ma a regola d’arte da Hawks e al quale contribuiscono le crude atmosfere rese bene dalla fotografia di Sidney Hickox e dalle musiche di Max Steiner, che insieme fanno della trasposizione del romanzo di Chandler un modello esemplare del cinema noir.

 

Titolo originale: The Big Sleep

Anno: 1946

Paese: USA

Durata: 114

Colore: B/N

Genere: Noir

Regista: Howard Hawks

Cast: Humphrey Bogart; Lauren Bacall; John Ridgely; Martha Vickers; Dorothy Malone; Peggy Knudsen.

Valutazione: 4 ½ su 5 – Ottimo

Luca Paccusse