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“Lei parla indostano? No? Non si è perso niente!” (Hrundi V. Bakshi)

Cameriere: La sua signora è caduta nella piscina.
Fred Clutterbuck: Salvate i gioielli!


Hrundi V. Bakshi, è un maldestro attore indiano che recita come comparsa in una produzione hollywoodiana. Dopo aver mandato a monte le riprese di un film in costume a causa delle sue continue sbadataggini, viene invitato per sbaglio ad una festa che si tiene nella villa del produttore che ne ha appena ordinato il licenziamento. Durante la festa, in cui in realtà ci sono diversi personaggi curiosi, ne succederanno di tutti i colori a causa di incedenti provocati da Bakshi, ma non solo. Tutto finirà con un elefante, tanta schiuma e il caos nella villa del produttore.

The Party (questo il titolo originale del film) – uno dei capolavori della commedia del cinema sonoro, ma che molto deve alle tipiche gag del muto – uscì nel 1968 ed è una delle migliori prove cinematografiche della coppia Blake Edwards – Peter Sellers. Il regista (scomparso proprio in questi giorni) aveva già diretto Sellers (che qui interpreta l’attore indiano Hrundi V. Bakshi) ne La Pantera Rosa e con lui aveva dunque iniziato una proficua collaborazione che si protrarrà fino alla morte dell’attore nel 1980.

In Hollywood Party Edwards descrive ironicamente il mondo del cinema, da lui conosciuto e frequentato ovviamente, ma anche non del tutto amato (forse anche perché la cosa era reciproca). La festa che il produttore Clutterbuck (J. Edward McKinley) è l’occasione per mettere in azione una serie di gag a ripetizione ma anche per prendere in giro alcuni personaggi che rappresentano il mondo ricco e dello star system oltre che le mode del momento. Un tema che ricorre in vari film ma che forse ha il suo modello più vicino ne Il Mattatore di Hollywood (1961) interpretato dal comico Jerry Lewis. La critica sociale viene arricchita con numerose trovate comiche che si rifanno chiaramente ad un certo modo di fare cinema, quello della slapstick comedy. Le gag sono esclusivamente “fisiche”, non verbali. In effetti c’è poco spazio a battute memorabili o dialoghi frenetici che potremmo trovare in altri tipi di commedie. Anzi, spesso lo spazio verbale quando viene concesso è affidato al nonsense, come nelle scene in cui Sellers fa pronunciare al suo personaggio alcune frasi (“Trenta dì conta gennaio e febbraio, marzo e aprile. Di ventotto ce n’è uno, tranne mio cugino che ha sei mesi”), incomprensibili detti (“Saggezza è compagna di vecchiaia, ma il cuore di un fanciullo è puro”) o lo rende protagonista di dialoghi surreali (“Ma chi si crede di essere lei?” – “In India non crediamo di essere, sappiamo di essere.” – “Protettori di vacche!” – “Come sta sua sorella?”). Del resto, il copione proposto agli attori in origine era esiguo e l’improvvisazione sul set l’ha fatta da padrone, con risultati eccellenti e divertentissimi.

Nel suo film Edwards sviluppa dunque un genere di comicità fatta di scene che vedono i suoi attori come elementi principali della trovata del momento (molti i caratteristi, tra cui il cameriere alcolizzato e l’attore del cinema western) mettendo in luce la sbadataggine del protagonista, l’indiano dal nome impronunciabile Bakshi, che ne combina di tutti i colori, nel set cinematografico e nella villa e contribuisce a provocare altri disastri di cui lui non è diretto responsabile. Anche nella caratterizzazione del personaggio interpretato da Sellers si vede chiaramente l’impronta di un modello classico della comicità, che negli anni del muto aveva tra i suoi principali rappresentanti Charlie Chaplin e Buster Keaton. La goffaggine, ma anche la semplicità, la malinconia e la tenerezza espresse da Sellers sono tipicamente chapliniane. Anche il modo in cui timidamente si rapporta con le persone, tra cui la ragazza francese che conosce alla festa e di cui si innamora, Michèle Monet (interpretata dalla cantante Claudine Longet).

Proprio questa umiltà rappresentata da Bakshi, ma in fondo anche dalla giovane donna che preferisce la sua compagnia a quella di altri che potrebbero lanciarla nel mondo dello spettacolo, contrasta con la sfarzosità della festa e con gli altri convitati. Un contrasto che esploderà nel finale, quando la figlia del produttore assieme ai suoi amici introdurrà in casa un piccolo elefante tutto pitturato con slogan e colori della contestazione giovanile (siamo nel 1968). Bakshi si lamenta per come i ragazzi hanno dipinto l’animale, considerato sacro in India, e così i figli dei fiori insieme all’indiano e alla francese lavano il pachiderma, riempiendo in poco tempo tutta la casa di schiuma e dando vita ad un finale esilarante e poetico allo stesso tempo. Un epilogo che vede unita l’umiltà e la protesta nello sradicare dal basso un mondo che forse lo stesso Edwards sognava di far scomparire.

Con questo film Blake Edwards si ricollega anche al suo Colazione da Tiffany (il party dato da Holly Golightly nel suo appartamento, da cui Hollywood Party riprende l’eccentricità dei personaggi) e ci regala una commedia che ha resistito negli anni, leggera al punto giusto e godibilissima grazie anche alle atmosfere di quel periodo e alle musiche di Henry Mancini, tra cui la dolcissima “Nothing to lose” cantata da Claudine Longet.

 

Titolo originale: The Party

Anno: 1968

Paese: USA

Durata: 99

Colore: Colore

Genere: Commedia

Regista: Blake Edwards

Cast: Peter Sellers; Claudine Longet; Gavin MacLeod; J. Edward McKinley; Fay McKenzie; Al Checco

Valutazione: 4 su 5 – Buono

 

Luca Paccusse

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“L’uomo che si farà accalappiare da lei non avrà altro che guai.” (David Huxley)

Susan Vance: Oh, che peccato, si sono rotti: come mi dispiace!
David Huxley: Be’, non ha nessuna importanza: per fare tutte le scemenze che sto facendo, posso anche farle a occhi chiusi.
Susan Vance: Ecco… Comunque, gliel’ho detto: senza occhiali è molto più carino.
David Huxley: Sono solo molto più cieco.


David Huxley, tranquillo e impacciato paleontologo impegnato a ultimare la costruzione dello scheletro di un dinosauro apprende dalla sua assistente e futura sposa Alice del ritrovamento dell’osso che completerà l’enorme carcassa. Il matrimonio tra i due è imminente ma lei fa capire al compagno che la cosa più importante rimarrà il loro lavoro, inoltre il paleontologo deve contattare il legale di una ricca signora che vorrebbe donare un milione di dollari al museo di storia naturale. La monotonia che si prospetta nella vita di David verrà interrotta bruscamente da Susan Vance, giovane ereditiera strampalata, capace di combinare disastri a ripetizione pur di conquistare il paleontologo.

Capolavoro della screwball comedy degli anni ’30 (genere hollywoodiano in cui si mette in scena la battaglia dei sessi), Bringing Up Baby, uscito nel 1938, è un film divertente, frenetico, che fa ampio uso di gag slapstick (come la buccia di banana per intenderci), ma allo stesso tempo è ricco di dialoghi al limite del surreale, scritti meravigliosamente da Dudley Nichols e Hagar Wilde. Il “Baby” del titolo originale è il nome del cucciolo di leopardo con cui avranno a che fare David e Susan, uno dei tanti imprevisti che caratterizzano questa commedia diretta con abilità da Howard Hawks, conosciuto anche per aver firmato pietre miliari del genere noir e western.

La brillantezza del film oltre che dalla sceneggiatura è garantita anche da un cast di tutto rispetto. Imbranato, distratto, con indosso gli occhiali alla Harold Lloyd (celebre attore negli anni del muto), Cary Grant lascia per l’occasione i panni del sex symbol per entrare in quelli di un timido paleontologo immerso nel suo lavoro, cui gli si prospetta un matrimonio tutt’altro che entusiasmante ma che improvvisamente si ritrova a tu per tu con un ciclone di donna interpretato dalla splendida Katharine Hepburn. In una commedia dalle trovate assurde, dai personaggi bislacchi e schizzati (chi più chi meno), Grant dal ruolo di seduttore che gli compete passa a quello di sedotto, da cacciatore a preda quasi inerme, travolto dagli eventi che si susseguono rapidamente senza dargli tregua e che finiranno per travolgere la sua vita di coppia e il suo stesso lavoro. Tanto da far dire al suo personaggio che, verso la fine del film, si rivolge alla promessa sposa Alice: “dì una cosa qualsiasi e io l’ho fatta”. Forse non tutti gli uomini vorrebbero una donna come Susan (del resto David lo chiarisce subito: “Vede, Susan: non è che Lei non mi sia simpatica. Perché anzi, in certi momenti di calma sarei anche attratto da Lei. Se ci fossero, dei momenti di calma…), ma quanti desidererebbero l’algida Alice, dedita solo al lavoro e che vede nello scheletro di brontosauro il loro unico futuro figlio?

Oltre alla coppia di protagonisti, la commedia conta altri personaggi secondari particolari, dalla zia Elizabeth (May Robson) al suo amico, il maggiore Applegate (Charles Ruggles), dal nevrotico psichiatra Dr. Lehman (Fritz Feld) allo sceriffo (Walter Catlett), che si fa gabbare per ben due volte dall’intraprendente protagonista.

Susanna! è un film anche rivoluzionario nel suo genere per i canoni hollywoodiani, se pensiamo agli anni in qui è stato girato. Esemplare è il ruolo subalterno che viene assegnato all’uomo rispetto alla donna, nonché alcune sottili allusioni sessuali o determinate battute, come la pronuncia per la prima volta della parola “gay” in una produzione americana per fare riferimento all’omosessualità. Accade quando David, costretto a mettersi una vestaglia non avendo altri abiti, incontra la zia di Susan. Alla richiesta del perché fosse così abbigliato, egli risponde: “Because I just went gay all of a sudden!” (“perché sono diventato improvvisamente gay!“). Il termine però apparve solo nella versione originale in quanto il doppiaggio italiano trasformò la parola “gay” con “pazzo”.

A dispetto del successo di critica che incontra oggi, il film quando uscì nelle sale andò talmente male al botteghino che la RKO licenziò Howard Hawks. Tra l’altro la commedia di Hawks non venne assolutamente presa in considerazione dall’Academy, non ricevendo neanche una nomination agli Oscar, situazione in realtà molto comune ad altri film o registi di prima grandezza che sono stati per anni ignorati da premi e riconoscimenti. Lo stesso Hawks comunque provò a spiegare i motivi che inizialmente non fecero apprezzare appieno la pellicola, dicendo che in effetti, tra tutti i personaggi manca “la gente normale”. Certamente è vero che questa commedia hollywoodiana è assurda, dalla trama ai personaggi, ma non per questo meno godibile di altre più credibili o realistiche.

 

Titolo originale: Bringing Up Baby

Anno: 1938

Paese: USA

Durata: 102

Colore: B/N

Genere: Commedia

Regista: Howard Hawks

Cast: Katharine Hepburn; Cary Grant; Charles Ruggles; Walter Catlett; May Robson; Barry Fitzgerald.

Valutazione: 4 su 5 – Buono

Luca Paccusse