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“Il dottore mi ha detto di smettere di fare cene intime per quattro. A meno che non ci siano le altre tre persone!” (Orson Welles)

“Ho cominciato dalla cima e mi sono fatto strada verso il fondo.” (Orson Welles)

 

Se dovessimo misurare la grandezza di un filmmaker dalla sua presenza fisica, nel caso di Orson Welles ci troveremmo di fronte ad uno degli esempi più adatti. Alto, di costituzione robusta e sempre più soprappeso con gli anni fino a toccare l’obesità. Un gigante del Cinema il cui genio creativo era pari alla sua stazza. Precoce talento (tanto da girare il suo capolavoro, “Quarto Potere” a venticinque anni), non compreso dal pubblico e ancor prima dalle case di produzione hollywoodiane che tagliarono e modificarono più volte le sue pellicole stravolgendone il lavoro, Welles era un generatore continuo di idee rivoluzionarie per l’arte cinematografica che partoriva progetti coraggiosi, molti dei quali incompiuti o mai iniziati per mancanza di risorse economiche, ma sempre tenuti in qualche angolo della sua mente, almeno fino alla morte avvenuta il 10 ottobre di venticinque anni fa.

George Orson Welles nasce il 6 maggio 1915 a Kenosha, nel Wisconsin da una famiglia benestante e non convenzionale, Il padre infatti, oltre a produrre furgoni è anche un ingegnere e inventore, mentre la madre era stata suffragetta ed aveva partecipato a manifestazioni e rivendicazioni su posizioni politiche radicali. Fin dall’infanzia Orson si orienta nel campo dell’arte iniziando a suonare e a dipingere. Gli anni della scuola sono anche gli anni della scoperta della letteratura, delle prime recite e lavori teatrali. Uno di questi, la messa in scena del “Giulio Cesare” di Shakespeare, gli varrà un premio da parte dell’Associazione Drammatica di Chicago per la migliore realizzazione teatrale scolastica.

Dopo la morte di entrambi i genitori, Orson viene affidato all’amico di famiglia dottor Bernstein, si diploma alla Todd School e inizia a frequentare i corsi al Chicago Art Institute, ma poco dopo parte per l’Europa per formarsi artisticamente e per tentare la strada del teatro. Resta un paio di anni in Irlanda, dove recita e dirige nel Gate Theatre e nell’Abbey Theatre di Dublino, poi tenta la fortuna a Londra ma le cose non vanno bene e torna negli Stati Uniti. Qui inizia ad incontrare un certo successo facendo parte di varie compagnie teatrali di New York (a Broadway e ad Harlem) e Chicago sia come attore che come regista, firmando soprattutto opere shakespeariane. Nel frattempo (1934) Welles si sposa con Virginia Nicholson e realizza il suo primissimo cortometraggio cinematografico, The Hearts of Age. Girato in 16mm, questo film muto dai toni drammatici, ispirato stilisticamente a von Stroheim, Murnau e ai surrealisti come Bunuel, presenta già alcuni elementi (l’uso delle luci, delle scenografie e del make up) che ricorreranno nell’opera wellesiana. Negli anni dell’attività teatrale Welles fa parte prima di un’associazione, la Federal Theatre, poi contribuisce a fondarne un’altra, la Mercury Theatre, che proporrà opere classiche e moderne e alcune trasposizioni innovative, come il “Giulio Cesare” ambientato nell’Italia fascista. La Mercury Theatre sarà in qualche modo il punto di partenza inconsapevole per l’approdo di Welles nel mondo del cinema. Prima però c’è la radio.

Sul finire degli anni Trenta infatti, alla sua compagnia teatrale viene affidato il programma Mercury Theatre on the Air sull’emittente radiofonica CBS, nel quale vengono proposte reinterpretazioni audio di classici od opere letterarie popolari. E’ il 30 ottobre 1938 quando Welles interpreta un adattamento radiofonico della “Guerra dei mondi”, di H. G. Wells. Lo fa talmente bene da risultare fin troppo realistico: gli ascoltatori sono atterriti, credono che si stia verificando un’invasione aliena e in pochi minuti la costa atlantica degli Stati Uniti è nel panico. L’episodio richiama l’attenzione della casa di produzione RKO che offre a Welles un contratto che prevede la realizzazione di tre film da realizzare in qualità di attore, regista, sceneggiatore in assoluta libertà artistica. Un’occasione unica, un sogno per qualunque autore.

Welles realizza così il suo primo lungometraggio, Quarto Potere nel 1941. Ha soli 25 anni e la sua opera sembra uscita dalla mente di un regista già maturo. Non a caso è riconosciuto come il suo capolavoro e da molti critici uno dei migliori film della storia del cinema (L’American Film Institute l’ha giudicato il miglior film americano di sempre). Comunque lo si voglia giudicare, “Quarto Potere” è il film che ha rivelato al mondo il genio di Orson Welles, le sue invenzioni registiche, le inquadrature innovative (il ricorso sistematico al piano sequenza e alla profondità di campo), l’uso “espressionistico” delle luci e delle ombre ispirato al cinema tedesco e russo degli anni Trenta, nonché la generale fusione di elementi teatrali e cinematografici. Il film narra, attraverso numerosi flashback, la vita del magnate della stampa Charles Foster Kane, personaggio interpretato dallo stesso Welles e ispirato all’imprenditore William Randolph Hearst, il quale cercò di ostacolare la realizzazione del film e poi lo boicottò impedendone la pubblicizzazione nei suoi giornali contribuendo così allo scarso successo nelle sale cinematografiche.

Forse è anche per questo che il film successivo realizzato per la RKO, L’orgoglio degli Amberson (1942) si presenta in modo più tradizionale, continuando a farsi notare per le tecniche registiche messe in risalto in “Quarto Potere”, ma con minor spregiudicatezza. Come disse anni dopo Truffaut, “il film fu realizzato in evidente antitesi a Quarto potere, come se fosse l’opera d’un altro regista, che, detestando il primo, volesse dargli una lezione di modestia”. Il risultato definitivo in ogni caso non è interamente opera di Welles. La RKO, infatti, approfittando dell’assenza del regista cui era stata affidata dal governo americano la realizzazione di un documentario sull’America del Sud (It’s All True, mai completato, verrà riproposto solo nel 1993), stravolge il film, tagliando 50 minuti e girando altre scene. Dopo questi insuccessi Welles firma (non accreditato) con Norman Foster la regia di Terrore sul mar Nero (1943) recitando al fianco di Joseph Cotten e Dolores del Rio, con cui avrà una relazione dopo aver divorziato dalla moglie e prima di risposarsi con Rita Hayworth, una delle stelle cinematografiche dell’epoca. Altro film di questo periodo è La porta proibita (1944) tratto dal romanzo “Jane Eyre” di Charlotte Bronte e diretto da Robert Stevenson.

Nel 1946 Welles torna dietro la macchina da presa col noir Lo straniero, in cui impersona un ex nazista che nasconde il proprio passato dietro l’identità di un insegnante in un piccola città americana. Ad affiancarlo troviamo Edward G. Robinson e Loretta Young. L’opera successiva è La signora di Shangai in cui Welles dirige e recita con Rita Hayworth in un film a metà strada tra il noir e il dramma, con alcune scene memorabili come quella dell’incontro tra i due protagonisti nell’acquario, il teatro cinese e la sparatoria nella sala degli specchi del luna park. La pellicola, ultimata nel 1946 verrà distribuita solo due anni dopo, a causa del blocco iniziale imposto dalla Columbia, che non approvava l’immagine da dark lady con cui veniva ritratta la Hayworth, in quel periodo prima star della casa di produzione. Nel 1948 Welles realizza con pochi mezzi e poco tempo Macbeth tratto dall’omonima opera teatrale di Shakespeare. Ne risulta un lavoro qualitativamente ottimo, soprattutto per la bravura del regista nel rendere efficacemente le atmosfere cupe attraverso contrasti e giochi di ombre, oltre all’uso dei piani sequenza e dei piani paralleli d’azione. Il pubblico però non risponde bene e il film si rivela un flop, che spinge Welles a lasciare l’America per l’Europa. Qualche anno parlando degli anni in cui aveva girato film in america disse: “Hollywood è un quartiere dorato adatto ai giocatori di golf, ai giardinieri, a vari tipi di uomini mediocri ed ai cinematografi soddisfatti. Io non sono nulla di tutto ciò”.

Inizia così un nuovo ciclo in cui oltre a creare film partecipa a produzioni altrui, come lo splendido noir Il terzo uomo (1949) diretto da Carol Reed e sceneggiato dallo scrittore Graham Greene,  in cui in cui recita con Joseph Cotten e Alida Valli, impersonando il personaggio di Harry Lime. Proprio grazie alle sue prove d’attore in varie pellicole di questi anni, riesce a finanziarsi un progetto che aveva in cantiere da qualche anno, Othello che presentato a Cannes nel 1952 otterrà la Palma d’oro (uno dei pochi riconoscimenti tributati a Welles oltre all’Oscar per la sceneggiatura di “Quarto Potere”). Sempre di questo periodo un altro film di rilievo è Rapporto confidenziale (1955) in cui Welles ispirandosi alla vicenda di un famoso avventuriero realmente esistito narra di Mr. Gregory Arkadin, un potente imprenditore internazionale dal passato tutt’altro che limpido che deve eliminare chiunque possa scoprire il suo segreto.

Qualche anno dopo c’è un ritorno ad Hollywood nel corso del quale viene realizzato L’infernale Quinlan (1958), un altro dei capolavori wellesiani. Interpreta nuovamente un ruolo ambiguo (un poliziotto corrotto) e recita insieme a Charlton Heston in un film ricordato anche per lo splendido incipit girato in piano sequenza.

La parentesi americana sarà breve, perché negli anni Sessanta Welles torna in Europa, dove pur potendo contare su finanziamenti ridotti, ha una maggiore libertà creativa. Delle varie produzioni britanniche, francesi, italiane, spagnole o tedesche, due film in particolare sono da ricordare, Il processo (1962) tratto dal romanzo di Kafka, con Anthony Perkins, Elsa Martinelli e Jeanne Moreau e Falstaff (1965), ennesima trasposizione shakespeariana presente nella filmografia wellesiana. Nel 1968 invece esce Storia immortale, un mediometraggio di produzione francese, primo film di Welles a colori in cui l’attore-regista recita ancora una volta con J. Moreau.

Dopo aver ricevuto l’Oscar alla carriera nel 1971, Welles realizza uno dei suoi ultimi lavori, F come falso – Verità e menzogna (1974) un film-documentario interpretato dallo stesso regista in cui vengono spiegati il rapporto tra verità e menzogna nell’arte, nel cinema e nella vita attraverso le storie di Elmyr de Hory, falsario di quadri; Clifford Irving, falsario di memorie; Howard Hughes, imprenditore miliardario e altre. Non mancano riferimenti personali come quello alla sua celebre trasmissione radiofonica sull’invasione dei marziani del 1938. Successivamente, Orson Welles, appesantito dagli anni e dal fisico, oltre che dalle difficoltà produttive incontrate sempre e comunque nella sua carriera, riuscirà a finire solo un documentario prima di morire nel 1985, Filming Othello. Sono invece numerosi i film, le sceneggiature o in generale, i progetti rimasti incompiuti dal grande Orson. Oltre al già citato “It’s All True” (che in parte ha visto la luce nel 1993) c’è sicuramente il “Don Chisciotte”, pensato fin dagli anni Cinquanta e mai veramente abbandonato e “The Other Side of the Wind”, un film le cui riprese erano state ultimate ma che aspettava di essere montato. A quanto pare ci penserà il regista Peter Bogdanovic, che interpretò questa pellicola e al quale Welles, suo amico, avrebbe confidato: “Se mi dovesse succedere qualcosa, voglio che sia tu a finirlo”. Se tutto andrà bene, prima o poi dovremmo riuscire a vedere l’ultimo lavoro dell’immenso Orson Welles.

Luca Paccusse

Pubblicato su MP News

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